Dizionario dei nomi propri

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Già dentro la pancia della madre, Plectrude dimostrava di essere una creatura straordinaria. In quello spazio così stretto i suoi movimenti trasmettevano alla genitrice qualcosa di quasi miracoloso. Tanto da costringerla ad uccidere suo marito e sé stessa per preservare il suo futuro. La piccola va, quindi, a vivere con i suoi zii, che la trattano come una figlia. Clémence, anzi, la ricopre di attenzioni speciali, perché davanti a sé non ha solo sua nipote ma anche il testamento di sua sorella, gli anni più belli che quella fragile donna non vivrà più. Plectrude mangia poco ‒ per lei è segno di splendore ‒, se non dimostra grandi doti scolastiche è per il poco interesse che possiedono quelle materie, se non ha molti amici vuol dire che il resto del mondo non è meritevole di viverle accanto. L’intelligenza di quella bambina è oltre la media, la sua magrezza, i suoi movimenti, ma soprattutto i suoi occhi sono degni della più grande delle étoile. Non si può far altro che farle abbandonare il tedio della scuola pubblica per iscriverla alla scuola di ballo dell’Opera di Parigi, il luogo giusto per farle ricevere la giusta educazione. Sua madre è in estasi, lei non era mai stata ammessa nel tempio della danza alla sua età, adesso potrà rifarsi grazie a lei. Non importa se la disciplina è così ferrea da costringerla a danzare per otto ore consecutive, mangiare poco per mantenere il peso sotto ai quaranta chili e azzerare, di conseguenza, le proprie emozioni – inutili in un ambiente del genere. La danza prima di tutto, anche prima della propria giovane esistenza…

In questo romanzo, Amélie Nothomb è nella sua forma migliore. Forse perché la giovane ballerina Plectrude è la quintessenza dei personaggi dell’autrice belga. Anche i suoi atteggiamenti più assurdi sono perfettamente comprensibili. La cattiveria umana –non solo contro gli altri ma anche con se stessi ‒ qui non è totalmente gratuita ma sembra quasi indispensabile per giustificare le azioni dei protagonisti. Sfidare il freddo sotto la neve fin quasi a rimetterci le penne è un’attività ludica ordinaria. Uccidere il proprio marito per evitare alla prole inutili discussioni o fastidi una scelta imprescindibile. Dividere le proprie allieve in normali, magre o “vacche” in base al loro peso (anche se le “vacche” al di fuori della scuola di danza sarebbero definite scheletriche) una delle tante scelte educative. Ad un qualsiasi benpensante questo mondo sembrerebbe esagerato e deprecabile, ma non per il lettore della Nothomb, che sa benissimo che nulla è casuale o condannabile. L’autrice è così a suo agio nelle vicende di Plectrude da decidere di fare un’incursione, decisamente comica, nel finale del romanzo. La scrittura è come sempre essenziale, al limite del minimalismo. Il linguaggio è rigoroso e molto godibile. L’ironia, per fortuna, rimane anche in questo suo nono romanzo la cifra stilistica dell’autrice.



 

 

 

 
 
 
 

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