Dolodi

Dolodi
Dolodi è più ubriaco del solito: «su questa casa ci sono già tre ipoteche, e una quarta è in arrivo. Sono mignatte schifose. Se gliele togli di dosso, è tua». Emilio non sa che rispondere, pensa che a far parlare così il vecchio sia il vino e che in realtà Dolodi non intenda vendere quella casa sull'Altipiano carsico, un po' fuori dal paese di M., a cinquecento metri dal confine di Stato. Emilio sussurra tra i denti «D'accordo», anche se l'affare non gli interessa. Dicono che Dolodi sia un mercante d'arte e un agente letterario, che sia colto ed intelligente. E allora perché invece di parlare delle poesie che Emilio ha scritto e che gli ha fatto leggere, lo porta all'osteria per discutere solo della vendita? Quasi senza accorgersene, Emilio inizia a pensare che comprare quella casa potrebbe essere una buona occasione; se fosse il proprietario, lui sì che saprebbe valorizzarla: costruirebbe una scala a chiocciola interna - perché d'inverno uscire con la bora e mettersi il cappotto per andare al piano di sopra dev'essere proprio una seccatura - e un muro di cinta un po' più basso, per guardare che cosa c'è oltre il confine. Dolodi però non ha intenzione di lasciare quel posto, fa traslocare soltanto moglie e figlia (la prima ha gli occhi spenti e un'indolenza quasi patologica; la seconda - la chiamano “la Castellana”- ha l'aspetto di una bambina, ma cerca di sedurre qualsiasi uomo le si avvicini, senza mai riuscirci) mentre lui rimane chiuso in una stanza. Incurante dei nuovi proprietari e delle loro pretese. Nel buio della notte, ombre che somigliano a piccole larve nere animano la linea di confine: è solo una sensazione o fino a qualche tempo fa i paletti che dividono i due Stati erano più lontani? L'oste Dušan se la ride: Emilio, quello sciocco venuto dalla città, pensa che la casa sia sua...
Zandonai porta alla luce Dolodi, romanzo scritto da Stelio Mattioni nel 1982 e inedito fino ad oggi. Che questo autore triestino meriti attenzione lo aveva già fatto notare Calvino negli anni Sessanta definendolo sul “Menabò” «uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica»; ma, oggi come ieri, l'interesse del pubblico e della critica per questo scrittore è purtroppo di gran lunga inferiore al valore delle sue opere, tutte da leggere e scoprire (dalla raccolta d'esordio del 1962 Il sosia al postumo Tululù, pubblicato nel 2002). La storia di Dolodi è inquietante, sospesa tra realtà e assurdo e si svela a poco a poco, ma mai fino in fondo (un cane abbaia e sembra vicinissimo, ma Mattioni non ci dice se l'animale sia veramente a poca distanza o meno; nell'armadio di Dolodi ci sono cose orribili, ma perché lui le abbia messe lì non  sarà mai chiaro). Eppure alla fine la situazione si risolve in un modo che non potrebbe essere più limpido: ogni singolo nodo si districa e ciò che era parso illogico diventa ragionevole. Perché anche l'illogico può essere ragionevole nel mondo di Mattioni. Un'ottima prefazione a cura di Francesco  De Nicola inquadra l'autore e le sue opere e, ad arricchire ulteriormente il volume, in appendice, un manoscritto inedito dello stesso Mattioni - Dardi, tratto da Interni con figure. Incontri di Stelio Mattioni - dove lo scrittore racconta un suo incontro a Rupinpiccolo (vicino a Trieste) con Dino Dardi, il personaggio reale al quale chiaramente è ispirata la figura del vecchio Dolodi. Se vi piacciono scrittori come Kafka e Buzzati non potrete non innamorarvi di Mattioni, ma è inutile cercare somiglianze: l'ha già detto Calvino, questo autore non ha eguali. 

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