Dolore

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Nato a Trinidad e Tobago, da qualche mese Vidiadhar Surajprasad Naipaul si è trasferito in Inghilterra per poter studiare all’Università di Oxford. Ma la preoccupazione per l’anziano padre da qualche tempo si è fatta più insistente, come una sorta di presagio: prima l’attacco di cuore, poi il prepensionamento dal “Trinidad Guardian” con la conseguente riduzione dello stipendio. Una situazione che lo rende inquieto ma che sembra non pesare sul padre che, invece, ha assunto una certa lievità nei confronti della vita: sembra che tutto quello che lo ha preoccupato in passato – la povertà, il governo britannico, la famiglia di sua moglie – adesso non abbia più valore. Anzi, è riuscito persino a guadagnare pochi soldi vendendo i suoi Carribean Voices: una serie di scritti umoristici riguardanti la comunità indiana e comprati quasi tutti dalla BBC. Una apprensione lecita per un figlio e che trova il suo coronamento nell’arrivo di un telegramma: “Appena avuto brutte notizie”. Brutte notizie che non possono non riguardare suo padre, pensa Naipaul, ma per averne la certezza deve recarsi a Londra. Un viaggio che renderà reale “un dolore fin lì ignoto” e il cui ricordo resterà vivido nella memoria anche quando sarà lontano a ricordargli che mai avrebbe pensato di “dover affrontare di nuovo tutto questo”…

“Il dolore è sempre in agguato. Fa parte del tessuto della vita. È sempre sulla soglia. L’amore impreziosisce i ricordi e la vita; e il dolore che ci aspetta è proporzionato a quell’amore, e inevitabile”. Pubblicato postumo per la prima volta il 6 gennaio di quest’anno sul “New Yorker”, Dolore è uno degli scritti più intimistici dello scrittore Vidiadhar Surajprasad Naipaul. Definito dal “Telegraph” “il più grande romanziere in lingua inglese nella seconda metà del XX secolo”, Naipaul nacque da genitori indiani nella regione caraibica di Trinidad e Tobago scegliendo, però, fin da giovanissimo di trasferirsi in Inghilterra. Una scelta che ha influito nella sua scrittura sempre proiettata verso il dare risalto all’incomunicabilità che si crea tra chi colonizza e chi invece subisce; un tratto scrittorio così distintivo che nel 2001 gli valse il Nobel per la Letteratura “per aver unito una descrizione percettiva ad un esame accurato incorruttibile e costringendoci a vedere la presenza di storie oppresse”, come si legge nelle motivazioni del premio. Ma in Dolore le grandi storie vengono lasciate al margine per dedicarsi a una scrittura più introversa e personale. A essere narrati, con una scrittura malinconica e delicata, tre lutti: quello del padre, del fratello minore Shiva e dell’amato gatto Augustus. Un dolore al quale lo scrittore indiano pensava di essersi abituato già da giovane quando aveva “bevuto il calice fino alla feccia e, siccome nessuno di noi ha capacità illimitate, non immaginavo che sarei riuscito a berlo di nuovo”. Le pagine più intense sono però quelle legate alla morte di Augustus: le gioie e le preoccupazioni legate al piccolo felino vengono rese sulla pagina dal ritmo della narrazione, che scandisce perfettamente ma inesorabilmente gli stadi della vita del gatto. Il lettore si trova dinnanzi a una sorta di diario dove Naipaul non si cela dietro la cortina dello scrittore ma si mostra come semplice essere umano, dilaniato dall’emozione per la perdita del suo animale. Potente nella sua semplicità una delle ultime frasi: “L’ho accudito per tutta la vita”.



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