Donne di altre dimensioni

Donne di altre dimensioni

Transilvania. Anni Cinquanta. Radu è un ragazzino come tanti finché, all’età di undici anni, non diventa progressivamente cieco. Da quel momento, il suo diviene un puro mondo immaginario che, di volta in volta, prende forma e si anima su quel suo “strano schermo interiore”. “Nella memoria l'ultimo resto del mondo” e la convinzione di aver rubato alla vita, per conservarla, qualche “traccia di luce” nascosta tra le ciglia. Radu osserva con un occhio interiore e nascosto tutti i particolari, lo scorrere delle stagioni nel suo villaggio, la vita che continua a pulsare dentro e attraverso quel suo sguardo speciale. Del “tempo della luce” serba i ricordi più cari – i primi in assoluto: l’amico Zoli e le loro avventure, l’ungherese, lo strano libro dello zio Weisz, mamma Floare e le sue leggende, quel primo incontro con la commistione di lingue, credi, culture che lì, dove vive, si mescolano senza confondersi mai, che si annusano e si sopportano. Così, forte della sua memoria, Radu impara a guardare nel buio apparente, a vedere e conoscere a modo suo, a crescere per essere l’uomo che sogna di diventare, nonostante gli ostacoli e i pregiudizi, non si arrende oggi, né lo farà domani… L’occhio, in apparenza spento, del bambino, allora, sa crescere ugualmente e guardare ancora e meglio di prima. Impara a leggere la vita che è stata e a immaginare quella che sarà…

Radu Sergiu Ruba, giornalista e scrittore rumeno, in questo romanzo autobiografico ritesse le fila della sua vita e di parte della storia che lo ha accompagnato. Ritorna al suo sguardo bambino e, partendo da lì, risente e rivede il mondo – quello rumeno – con quel suo sguardo tanto empatico quanto speciale. Nel progredire del testo, il lettore cresce con lui, scorgendo maturare il pensiero e il linguaggio del ragazzino che, intanto, è divenuto uomo. In un crescendo lucido e, insieme, sentimentale, Ruba ci consegna una visione nuova, quasi onirica, in cui la realtà del vissuto si mescola all’incanto del favoloso, del leggendario. Come se anche l’adulto, fattosi egli stesso cantore, non volesse smettere di credere al magico, a quei racconti di mamma Floare che hanno segnato il suo animo bambino. Ruba non si arrende al disincanto della storia, come non si ferma davanti alla cecità e fa della scrittura la sua professione. Ci fa dono di immagini femminili speciali, di figure sentimentali che – in quante donne – anche se segnate dalla barbarie della storia, non conoscono resa, e a loro si aggrappa, come a un modello, a una speranza che non sa e non può mai vacillare. Anche lo stile è calibrato, la scrittura tessuta da mani esperte: la descrizione per metafore è subito limpida e restituisce le sensazioni in maniera perfettamente calzante. Il gioco della parola, in questo testo, si fa serio. Tutto è curato e nulla lasciato al caso. L’affabulazione è un’arte preziosa e amata, un diamante indossato con disinvoltura e classe su mani curate. Così la scrittura di Ruba è misurata con maestria, non eccede, né manca. È un linguaggio dettato dal tempo, che non lo rincorre, ma lo scandisce con grinta e serenità.



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