Dopo di te

Dopo di te
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Martedì sera. Undici meno un quarto. Lo Shamrock and Clover, il pub irlandese dell’East City Airport, a Londra, sta per spegnere le luci. Lou, che dopo un breve periodo a Parigi è tornata in Inghilterra e si è trasferita a Londra, è di turno da mezzogiorno, perché la sua collega Carly, adducendo un fastidioso mal di stomaco, è andata a casa prima. Ormai nel pub sono rimasti solo alcune donne che chiacchierano e ridacchiano ad un tavolo, un giovane concentrato sul suo portatile ed un uomo che sta sorseggiando un doppio scotch Jameson, in attesa del volo per Stoccolma o di quello per Monaco. A poco a poco il pub si svuota e Lou, nella sua orrenda divisa in materiale sintetico con altrettanto orribile parrucca coordinata, si appresta ad espletare meccanicamente le ultime operazioni della giornata: impila i bicchieri, chiude la cassa, controlla gli spillatori, redige un elenco dei prodotti da riassortire, incoraggia il bevitore di scotch, che si è chiuso in bagno. Le capita almeno quattro volte al giorno di dover confortare adulti, terrorizzati all’idea di volare, che si comportano da perfetti idioti. Quando arriva a casa è già l’una e un quarto. L’appartamento è silenzioso ed anonimo. Lou si versa un bicchiere di vino bianco e si lascia cadere su una sedia. È stanca, esausta, quasi stordita. Forse è meglio prendere una boccata d’aria. Apre la finestra del pianerottolo e si arrampica sulla scala antincendio che conduce al tetto. Lassù c’è un giardino pensile, anzi c’era, perché le piante sono morte da tempo o appassite; il posto però è carino e Lou riesce a respirare uno strano tipo di pace tutte le volte che si trova lì, prova il conforto del buio ed osserva la palpitante oscurità di Londra che si estende ai suoi piedi. Sale sul parapetto e lascia che tutto il dolore e la rabbia che da diciotto lunghi mesi la stanno soffocando emergano e la travolgano. All’improvviso una voce nell’ombra la costringe a voltarsi ed un paio di occhi scuri, su un viso molto pallido, la osservano. Lou sobbalza, il piede scivola sul parapetto ed il corpo segue il piede, dalla parte sbagliata. Un urlo, forse il suo, poi lo schianto e il buio…

Rispondendo alle numerose e pressanti richieste dei suoi lettori, Jojo Moyes torna con il seguito di Io prima di te – anche se forse non c’era bisogno di una continuazione per quella storia, già di per sé sufficientemente completa – e racconta il “dopo” di Louisa Clark, la sua vita dopo la morte di Will Traynor, l’uomo che era riuscito a smuovere la sua anima paralizzata, a cambiare la sua realtà, a farle godere del mondo là fuori, quello stesso mondo che lui, prima di diventare tetraplegico in seguito ad un incidente, aveva tanto amato e respirato. Diciotto maledetti lunghi mesi dalla morte di Will e la vita per Lou è ancora in stand by; elaborare il lutto, andare avanti o ricominciare è davvero complicato. Non respira, non ama più. C’è rabbia, c’è dolore, c’è assenza nella sua vita; non indossa più le sue improbabili calze gialle e nere, perché insieme a Will ha perso anche la parte più vitale, curiosa ed originale di se stessa. Si sente annientata. Abita un appartamento senza luce, ha un lavoro senza alcuna prospettiva, conduce una vita che non la appassiona né la interessa. Lou è immobile e sopravvive. Poi la svolta, rappresentata da un incidente che la porterà ad un passo dalla morte e, paradossalmente, ad un nuovo inizio, segnato dalla presenza di nuovi personaggi e nuovi intrecci, che ancora una volta sconvolgeranno tutto. Ma solo uno stravolgimento totale può spingere Lou a sentire il desiderio di ricominciare a costruire il suo domani e di condividere un pezzo della sua strada, in una Londra che è insieme spettatrice e protagonista dell’intera vicenda, accanto ad una ragazzina impaurita, affamata di risposte e ad un’altra anima ferita dalla vita, esattamente come lei. La penna di Jojo Moyes riesce anche in questo sequel a regalare una storia a ciascun personaggio ed a mantenersi ironica e profonda allo stesso tempo, anche se la prima parte della storia risulta un po’ lenta e a tratti pare stentare a decollare, mentre il finale può apparire piuttosto forzato, quasi a giustificare l’uscita di un terzo volume a conclusione dell’intera vicenda.



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