Dopo Warhol

Dopo Warhol

La contemporaneità, non esclusivamente artistica, ma intesa come tutta la quotidianità dei comportamenti nel presente, è fondata sulla interpretazione estetica della realtà. Probabilmente allo stato attuale delle cose la realtà non è solo interpretata secondo canoni prevalentemente estetici ‒ il che presupporrebbe l'individuazione di una serie di potenziali canoni secondo cui poterla declinare ‒ ma il reale è direttamente, totalmente concepito e vissuto come pura estetica. Ma da quando abbiamo iniziato a dare per scontata questa visione delle cose? Ci sono dei passaggi che hanno segnato un giro di boa e che hanno formato i caratteri di talmente tanti singoli da arrivare a caratterizzare un’intera società? Il primo fra tutti gli snodi fondamentali è lui, il caro vecchio Pop. Interrogarsi sulla questione della qualificazione, descrizione, e del dover circoscrivere una pop Art, che introduce quindi la problematica artistica in un fenomeno sociale diffuso e in continua evoluzione, vuol dire sconvolgere le regole del fare storia classico. Il problema, infatti, cresce soprattutto nel momento in cui le regole rodate della storiografia vengono ad incrinarsi: le fasi dell’analisi abitualmente relazionano lo studio e l’oggetto procedendo per un primo passaggio di allontanamento, che vede l’oggetto perdere presa sul reale, ed una seconda tappa che lo vede ritornare ad essere soggetto di studio, scollegato dalle strette implicazioni con la società, tanto da permettere l’approfondimento e la generazione di pensiero teorico in merito. La crisi delle obbligate tappe che precedono l’analisi storiografica è inevitabile quando a dover essere presa in esame è la dinamica dell’estetica pop, e in particolare quando accanto a questo sentire tutto popolare la storia inizia ad introdurre la definizione di “art”…

Da un pensiero che prende forma su un magma ancora bollente come il Pop, ecco questo libro che propone la formulazione di tre periodi/modi di pensare e agire di riferimento per l’età evolutiva della storia post Warhol: il Pop, Postmoderno con il Kitsch e l’estetica del falso e l’Estetica diffusa. Secondo quella che i manuali di storia dell'arte chiamano Pop Art il criterio costitutivo del “movimento” è costruito attraverso strategie estetiche precise: l’abolizione dell’Io, di conseguenza la nascita di una definizione di una cultura anti-emotiva, la predominanza dell’artificiale e cancellazione della natura, tautologia delle immagini e falsa distinzione gerarchica con la cultura lowbrown. Questo il movimento base che crea, non senza contraddizioni, un nuovo modo non solo di percepire il reale, ma di produrne di nuovo e con sé nuovo sentire artistico, costruendo – letteralmente – un nuovo canone di bellezza. Viva l’intervento artificiale che riformula completamente il concetto di immagine tanto nelle opere d’arte come sull’uomo stesso (attraverso la moda). Questo l’incipit teoretico di Andrea Mecacci, che all’argomento pop e post pop ha dedicato l’intera carriera. E si sente. Con concetti dalle angolature definite e un linguaggio scorrevole, accademico nella specificità e profondità delle idee ma dallo stile di pamphlet puntuale e leggero, ci troviamo a riflettere sulle dinamiche di un periodo storico che ancora pulsa di vasi sanguigni e implicazioni con la nostra realtà. L’approfondimento parla un po’ di storia dell’arte un po’ dell’uomo contemporaneo, delle sue lenti di interpretazione del mondo, mettendo a fuoco il complesso reticolo che solo ieri – e continua di giorno in giorno – a formare l’immaginario collettivo di una comunità che ormai si chiama mondo.



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