Dottor Futuro

Dottor Futuro

2012. Jim Parsons, medico affermato, sta viaggiando di gran carriera sull'autostrada, condotto dall'automobile teleguidata e intento a scrutare la fida valigetta grigia contenente i più avveniristici attrezzi del mestiere. Un balzo, uno scossone e il presente si rovescia, scorrendo velocemente sulla scia del tempo. Un battito di ciglia ed è il 2405. Ancora frastornato, il dottore si ritrova nel covo di una cellula di ribelli – tutti di carnagione rossastra, tutti giovani – durante una retata. È di nuovo fuga e l'occasione di esercitare il proprio mestiere salvando la vita a una di loro. Visto operare in pubblico da un funzionario, viene arrestato e condannato a passare la vita sulle colonie penali marziane. Durante il viaggio, però, qualcosa va “storto” e Jim riesce a tornare in seno alla civiltà che lo ha inizialmente ripescato dal passato per poi rigettarlo, lui, salvatore di vite, solo perché razionalmente votata alla morte...

Per gli appassionati, ma anche per coloro i quali hanno solo sentito parlare di bravura e disinvolta profondità di Philip K. Dick, sarà abbastanza scontato imbattersi in riflessioni importanti sul mondo di là da venire, sui cambiamenti voluti, temuti o necessari, tra le pagine di questo romanzo molto scorrevole e assai godibile datato 1960. L'affascinante idea di una società distopica basata sul perfetto equilibrio quantitativo tra nascite e morti – le prime affidate alla fecondazione artificiale, le seconde incoraggiate per mantenere sana e giovane la popolazione – sull'eugenetica e su una diversa concezione del ciclo vitale dell'individuo, la fa da padrone nella prima parte della storia, la migliore per spunti e originalità. Tuttavia, se si considera il testo nella sua interezza, dopo essersi goduti un secondo tempo su e giù lungo la storia dell'umanità con lo scopo di impedire la morte di un capo tribù sospeso sull'orlo della morte, si riesce a ravvisare una certa compattezza tematica, al netto di giravolte e paradossi. Il focus riguarda le ingiustizie della Storia e gli strumenti necessari per redimerle: la civiltà futura che Jim ha indirettamente il compito di proteggere è il risultato di secoli di mescolanza etnica, durante i quali il ceppo europeo (con imperdonabile approssimazione, “bianco”) è andato estinguendosi, lasciando spazio al dominio delle sfumature cutanee più ambrate. Una rivincita alla ricerca di giustificazioni storiche, presto scovate, ad esempio, nello scempio della colonizzazione delle Americhe per mano degli esploratori europei, un atto da vendicare, magari alterandone il verificarsi, perché la giustizia del futuro non basta. D'altro canto, si tratta di un'atrocità crudelmente imprescindibile se si vuole preservare il “presente” per come lo conosciamo – senza la quale, per inciso, né l'autore né tantomeno i lettori sarebbero esistiti – e, invece, solo un evento sulla sinusoide degli accadimenti per chi possiede la facoltà (o l'illusione) di mutarne il procedere. Ciò nonostante, pur se per empatia partecipe del dramma razziale di un avvenire negato, il lettore non può fare a meno di notare come i due futuri, 2012 e 2405, siano molto simili se considerati in rapporto alla tenacia dei meccanismi di perpetuazione del potere, variamente declinato. In questo scenario desolante in cui il violentato degenera in violentatore, la figura di Jim e la sua professione risplendono del coraggio dei piccoli avventurieri condannati a sfidare la peggiore delle tempeste: il dottore opera per antonomasia in controtendenza, arginando per mezzo delle mani e della conoscenza l'erosione del caso o del fato; è l'emblema di un'umanità non adagiata sulle conseguenze dei propri errori, nefaste o meravigliose poco importa, che lotta indefessa per ricucire i lembi stracciati di interrogativi dal retrogusto cosmico di cui è insieme vittima e creatore. Chi, d'altronde, ha il coraggio di addossare agli uomini di oggi i crimini compiuti da quelli di un tempo? Litri, tonnellate, chilometri di ticchettii li separano. È la prescrizione universale, il perdono dell'oblio, affatto giusto ma reale. A un sapiente adagio è affidato il compito di sancire (o annacquare?) la questione nel relativismo: il giudizio è sospeso, nessuna società può essere valutata adeguatamente da un individuo con cui non ha niente in comune. Dick sembra voler dire: il mondo è quel che è, chiaro, ma la possibilità di cambiarlo non è da affidare a prodigiose macchine, quanto alla speranza di avere nei paraggi sufficienti Jim Parsons per non doversene servire. O, al limite, da mettere alla guida.



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