Dov’è casa mia

Khalat osserva il fratello Muhnsen mentre culla Kawa, appena nato. E mentre sua moglie gira le pagine del libro che tiene fra le dita, lui le chiede se ha scelto in quale università andare, se ad Aleppo o a Damasco. Adesso è lui, Muhnsen, che prende le decisioni importanti, in famiglia; con il loro padre ancora vivo ma troppo vecchio, tocca a lui dirigere le loro vite sotto il cielo della Siria, e per fortuna che ha viaggiato molto e conosce a fondo il significato della parola libertà… Un palazzo con un campetto di calcio, erba artificiale, circondato da una rete alta e nera. Il campetto è usato dai medici, il sabato, che finito il turno – oltre il confine nella zona della Siria che sarebbe stata occupata, da lì a poco, dall’esercito – ci giocavano per rilassarsi un po’. Sono quelle partite che ricordano a Davide, che le osserva malinconico, quanto ci si possa fare coinvolgere, come si possa ancora vivere, dalla più banale quotidianità: il pallone che sbatte sulla traversa, un davanzale che ti incuriosisce, il pubblico che urla GOOOOL... E tutto il resto potrebbe anche restare fuori, scompaiono per un poco (ma giusto poco) le liste degli ospedali bombardati, la morte, la frustrazione di non poter fare più di quanto si sta facendo… Anneke e Davide fanno il colloquio per la stessa posizione, all’ONG con le porte con il logo rosso. Non sono gli unici candidati: quando arrivano, il giorno della selezione, vengono però suddivisi in vari gruppi, a seconda della posizione, e poi con sottogruppi di due, per una “eliminazione” diretta. Sperano entrambi di no, e invece Davide e Anneke finiscono nella stessa coppia, uno dei due sarà preso, l’altro no. Alleati e antagonisti insieme, dimostrano che uno è migliore dell’altro ma anche quanto è bello fare gioco di squadra, si aiutano a vicenda (lei aiuta lui per montare una tenda, lui aiuta lei a “negoziare” con i terroristi). Poi tornano a casa, in attesa entrambi della telefonata che sarà SI per uno e NO per l’altro…

Davide Coltri vive a Beirut, il suo lavoro è quello di supervisionare progetti di istruzione all’interno di zone con ovvie emergenze sociali e sanitarie. Da questo humus era naturale che venisse fuori un libro come Dov’è casa mia: fatto di tante storie e non un romanzo, perché non è pensabile che la realtà della guerra civile, del terrorismo, della costante paura della morte e del dolore possa esaurirsi in una sola storia, in un solo personaggio. Da questo contesto nascono 12 racconti, dall’ultimo dei quali, nella maniera più naturale e morbida possibile, esce fuori il senso del titolo che li racchiude tutti: ambientato nel nord dell’Iraq, snoda la sua narrazione all’interno di una geografia autonoma dopo la Guerra del Golfo, organizzata senza nessuna pianificazione logica o urbanistica. Un non-luogo dove si incontrano, nelle prime battute, lo stesso Coltri in una delle tante ONG dove ha prestato servizio e un ragazzo di due metri che entra nel suo ufficio: il suo nome inizia con la K, quasi impossibile da riprodurre. E che è Kaniwar: perché in curdo Kani significa “casa mia” mentre war è “guerra”. Ma tutto Dov’è casa mia è un libro che racconta di storie in contesti in via di definizione, che sia storica o politica o culturale: è un incontro-scontro con il dolore, con quel dolore che impregna quotidianità così lontane dal mondo occidentale ma non meno vere; è il percorso di uomini, donne, bambini e anziani vinti da un destino che li sovrasta ancor prima della loro nascita; è in definitiva un romanzo dove la risonanza emotiva è pressoché inevitabile, non solo perché il racconto sfiora l’autobiografismo, ma soprattutto perché, tecnicamente, l’uso della prima persona quasi obbliga all’immedesimazione, constatando che non sono vere solo le storie che leggiamo, ma anche e soprattutto sono reali gli occhi che le hanno viste. E vissute.



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