Dove mi trovo

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Lei non ha nome, non ha provenienza, non si conosce la città in cui vive, si intuisce l’età da alcuni discorsi, si sa che è un’insegnante. E che è sola. Sola e solitaria. Non ha un uomo accanto a sé, si accontenta dell’affetto amicale del marito di un’amica e padre di famiglia, per il quale probabilmente ha preso una piccola sbandata, che però supera, alla fine. Sola e abitudinaria. Le stesse mosse, gli stessi passi, una routine a cui non vuole o non sa rinunciare. Sempre in bilico tra un sentimento o una situazione che può essere positiva e che poi, matematicamente, si trasforma nel suo opposto. Infanzia e adolescenza marchiate da una madre urlante e mortificatrice e da un padre distante e autoreferenziale che non prende mai le sue difese, morto quando lei aveva quindici anni, mentre, in via eccezionale, erano pronti per andare a teatro, fuori dai confini nazionali. Donna triste e malinconica, attaccata a tutti i particolari della città in cui vive: strade, vie, negozi, persone, la piazza che sono la sua casa all’esterno della sua abitazione, che la rassicurano, in certo qual modo. Nonostante la sua natura ripetitiva e solitaria, prenderà una decisione che non ci si aspetta…

Jhumpa Lahiri si cimenta per la seconda volta con un lavoro scritto direttamente in italiano, dopo In altre parole. La scrittrice (che ha vinto il Pulitzer nel 1999 con la sua prima esperienza di narrativa, la raccolta di racconti L’interprete dei malanni ) è nata a Londra, i genitori sono bengalesi, è cresciuta negli Stati Uniti, vive a Roma e insegna a Princeton. Innamorata della lingua italiana, ne dimostra una padronanza davvero straordinaria. Ma il libro, oltre a mostrarci questo, dice poco altro. La lettura delle giornate di questa donna ultraquarantenne (il romanzo è una sorta di memoir) trasmette angoscia, trasforma una giornata di sole in una giornata uggiosa. È un susseguirsi di vicende monotone e malinconiche; quando sembra che qualcosa si muova verso l’alto ecco che cade la mannaia. Certo, non è da sottovalutare l’analisi psicologica, anche se un po’ spicciola: il cattivo rapporto con la madre, fino a quando hanno convissuto, unito alla presenza di un padre dalla personalità solipsista, non hanno certo favorito una sua crescita equilibrata (lascio stare i concetti lacaniani di “specchio” e del “nome del padre” perché la trattazione del rapporto genitoriale non è così profonda da giustificare un’argomentazione psicoanalitica). Lahiri utilizza inoltre un buon linguaggio descrittivo, un uso piacevole di alcuni accostamenti lessicali, ma nell’insieme il risultato è un testo piatto in cui non ci sono picchi, non ci sono cambi di registro che innalzino l’umore, che invoglino alla prosecuzione della lettura. Oltretutto, non è un personaggio empatico, non esce dalle pagine in cui vive, ci resta troppo appiccicato per goderne la storia e per tessere un qualsiasi legame affettivo. Non aspettatevi di trovarvela seduta sul bracciolo della vostra poltrona.

LEGGI L’INTERVISTA A JHUMPA LAHIRI



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