Due o tre cose che avrei dovuto dirti

Due o tre cose che avrei dovuto dirti
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Merissa è stata ammessa alla prestigiosa Brown University, ha ottenuto la parte di Elizabeth Bennett nell’adattamento teatrale di Orgoglio e pregiudizio e il suo saggio su Dostoevskij è stato elogiato a lungo dai professori. Tutto sembra andare per il meglio. O forse no, perché chi non è stato accettato all’università ora la evita e così pure Brooke Kramer che voleva disperatamente la parte di Elizabeth e quasi tutti gli altri compagni di corso. “Brava!”, “Bravissima!”, “Congratulazioni!” le dicono, ma poi alle sue spalle mormorano, offendono, deridono. È per questo che appena arriva a casa Merissa si chiude in bagno, afferra il manico di un coltellino e preme la lama affilata sull’interno del polso: “Posso farlo quando voglio. Nessuno può fermarmi”. Merissa ha iniziato questo rituale poco dopo che la sua amica Tinni Traumer si è tolta la vita e ora pensa che le ferite sul corpo siano più esaltanti di qualsiasi odiosa buona notizia. Solo che lo spirito di Tinni ogni tanto le parla ancora e oggi ha detto: “Uccidermi è stata tipo la cosa più stupida che abbia mai fatto”. Nella testa di Merissa comincia a insinuarsi un dubbio: forse non ha capito niente...

Dopo Bruttona e la lingua lunga (2002), Joyce Carol Oates ha iniziato a scrivere periodicamente romanzi per adolescenti e anche Due o tre cose che avrei dovuto dirti è pensato per un pubblico di giovani lettori (in quarta di copertina si legge “a partire dai 12 anni”), eppure non mancano situazioni disturbanti e personaggi meschini. Ciò che però rende il romanzo un po’ più “leggero” di quelli per adulti a cui Oates ci ha abituati è probabilmente la scelta di far aggirare tra le pagine lo spirito di Tinni che dispensa consigli, quasi sempre positivi. Le protagoniste – Merissa, Tinni e Nadia – frequentano la medesima scuola superiore, si considerano ottime amiche, eppure nessuna conosce a fondo la vita dell’altra (basta pensare che Tinni soprannomina l’insicura Merissa “l’essere perfetto”). È al lettore che spetta il compito di mettere insieme gli indizi disseminati tra i capitoli fino capire chi sono davvero queste ragazze e scoprirlo sarà un esercizio di osservazione utile e arguto, non solo per i lettori adolescenti. Tuttavia, il romanzo resta comunque molto amaro perché nella scuola frequentata dalle ragazze si respira un clima molto simile a quello che asfissiava Esther Greenwood ne La campana di vetro di Sylvia Plath: la competizione è altissima, bisogna eccellere ad ogni costo e non mostrare mai le proprie debolezze. La campana di vetro è del 1963, Due e tre cose che avrei voluto dirti racconta gli anni del cyberbullismo: è doloroso constatare che in oltre cinquant’anni non è cambiato poi molto.



 

 

 

 
 
 
 

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