E Jones creò il mondo

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San Francisco, 2002. In un laboratorio statale è stato costruito un Rifugio che ricrea un ambiente extraterrestre: temperatura tra i 38 e i 40 gradi, vapore, atmosfera di ammoniaca, ossigeno, freon e metano, terreno melmoso composto da “acqua, minerali disciolti e polpa fungoide”. Qui vivono da decenni sette mutanti, che si sentono prigionieri di un’esistenza senza scopo. Sono esserini fragili e malinconici. Sognano di uscire dal loro Rifugio: è stato loro più volte spiegato che nel mondo esterno non sopravviverebbero che pochi minuti, ma loro sospettano che sia una bugia e vogliono provare. Il dottor Rafferty, funzionario del GovFed responsabile del progetto, decide di accontentarli. Ci sarà un furgone attrezzato pronto a raccoglierli quando si accorgeranno che per loro il mondo esterno è letale e la SecPol chiuderà la strada sotto al Rifugio per evitare che le milizie armate dell’agitatore di folle Jones possano venire a contatto con i piccoli mutanti. Quattro di loro decidono di uscire, tre – più prudenti e anziani – rimangono nel Rifugio. Con l’ascensore arrivano al piano terra, escono dall’edificio, dopo pochi istanti si accasciano, respirando a fatica e tremando dal freddo. Una squadra di robot GovFed li raccoglie e li riporta al sicuro. Alla scena assiste perplesso Cussick, un altro agente governativo: è sollevato almeno dal fatto che la marmaglia di Jones non sappia nulla di questo progetto. Lui Jones l’ha conosciuto circa vent’anni prima… 1995. La guerra nucleare è finita da un anno, Cussick è stato da poco assunto come agente governativo, aderisce con entusiasmo al Relativismo di Hoff. Gli Stati Uniti sono da ricostruire, i viveri sono razionati e la gente comincia a ritrovare il sorriso. Cussick si aggira per una fiera di campagna, curiosando. Ci sono baracconi che mettono in mostra mostri creati dalle radiazioni come i multiuomini, masse aggrovigliate di organi e teste. In altri si esibiscono acrobati, giocolieri, mangiatori di fuoco, pagliacci, lottatori. In altri ancora danzano donne nude e sfacciate. Poi, ci sono gli indovini: tutti hanno dei clienti, tranne uno. Un giovane che fuma nervosamente, seduto a fissare con aria cupa il vuoto. Davanti al suo banchetto c’è un cartello malridotto: c’è scritto “Il futuro dell’umanità (non si fanno predizioni personali)”…

La prima caratteristica che salta agli occhi di questo romanzo datato 1956 è la ricchezza del plot: in un’unica trama troviamo mutanti, premonizioni, alieni, catastrofe atomica, viaggi su Venere, distopia, tutti veri tòpoi della Science-fiction. Il che è abbastanza – e ironicamente – sorprendente, se pensiamo che a questo romanzo “minore” Dick guardava come a una prova narrativa non propriamente di Fantascienza, come al “tentativo di fare qualcosa d’altro” prima di gettarsi a capofitto nel mestiere di scrittore di genere. La seconda è l’ironia tutt’altro che frivola con cui l’autore riflette su temi come il libero arbitrio, la fede messianica, il razzismo. Il Jones del titolo è un mutante che possiede il dono delle preveggenza, ma limitata ad un anno nel futuro. Vive perciò immerso in un costante déjà vu, perché sa già cosa gli succederà di lì a poco: eppure il suo potere – che lo trasformerà in un leader politico che somiglia a una sorta di Messia, ossessionato dal pericolo di un’invasione aliena – non gli impedirà di commettere un errore di valutazione che avrà conseguenze nefaste sull’umanità. Geniale (e probabilmente scaturita dalla nausea di Dick per il suo tempo, così fortemente polarizzato dalle differenze ideologiche), la trovata di una cultura basata su di un relativismo “castrato”, una post-ideologia per cui si ha la libertà di pensare ciò che si vuole… ma non lo si può affermare a meno che non sia suffragato da innegabili fatti oggettivi, per cui l’opinione “pura e semplice” diventa un reato punibile molto severamente. Frequentando i social network, non pare un’idea così distopica.



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