E non è subito sera

E non è subito sera
La madre giace immobile nell’ingresso di casa, sul “panchetto di legno, che ha ricevuto in dono dalla nonna per le nozze”. Il padre, incredulo e sgomento, si è rifugiato in un’osteria; qui, seduto al bancone, beve, si dispera e sconnessamente medita di lasciare tutto e tutti, convinto che la fuga riuscirà a placargli l’animo. Questa madre e questo padre, che vivono in Galizia nei primi anni del Novecento e che conducono un’umile vita, avevano una figlia di appena otto mesi, ma l’hanno persa: è morta da pochissime ore. Adagiata nella sua calda culla, la piccola ha smesso di respirare improvvisamente e né quella madre né quel padre sono stati capaci di intervenire con prontezza per strapparla alla morte…
Cosa sarebbe successo se ci fossero riusciti? Come si sarebbero evolute le loro esistenze? Cosa ne sarebbe stato di quella famiglia? Jenny Erpenbeck risponde con attenzione a questi punti di domanda costruendo il suo E non è subito sera come fosse un lungo corridoio con tante porte che custodiscono pezzetti di vita di una bimba che invece di morire si è salvata. Senza esitazione, la Erpenbeck gira la chiave di ciascuna porta e mostra la storia di quella bambina e della sua famiglia, una storia di patimenti, profonde carenze affettive e luttuosi ideali, che ha origine nella “Galizia asburgica nei primi anni del secolo” e si conclude nella “Berlino comunista riunificata e postcomunista”. Ogni porta aperta è un tassello di quelle vite disperate ed è lo sfiatatoio che butta fuori folate di notizie che congelano, tanto sono cupi i fatti che ciascuna apertura racchiude. Alla fine, quando ogni tassello è stato collocato al proprio posto e il racconto ha trovato la sua apprezzabile esposizione, il gelo smette di soffiare, ma il freddo che ne è derivato resiste, non si arrende e continua a pungere.

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