Elisabeth

Elisabeth
Amstetten, Austria. Elisabeth Fritzl, diciassette anni, ancora non lo sa, ma sta per trascorrere le sue ultime spensierate ore di libertà. Siamo nel 1984. Suo padre da più di un anno è rinchiuso in galera e lei può così attendere con una leggera brezza interiore a solleticarle i giovani sensi, il colpo di clacson della macchina degli Adelmann che la porteranno con loro per una breve vacanza estiva. Gli Adelmann non sanno che Josef Fritzl è dentro per stupro, non sanno del terrore di Elisabeth verso quell'uomo che ha già preso da un po' ad insidiarne la casta e consanguinea giovinezza. Per loro Elisabeth è solo una dolce e innocente compagna di classe della figlia Rosvita. Ma mentre la ragazza è lì in giardino a godersi quei febbrili istanti prima della partenza, lo squillo del telefono in casa le percuote l'anima. Sua madre Rosemarie va a rispondere e poi scompare di là. Elisabeth la raggiunge con ancora il sorriso sulle labbra, sorriso che si trasforma in morte però non appena la madre pronuncia “[...] quell'impossibile verdetto: - Tuo padre sta tornando a casa”. Elisabeth non perde un attimo. Scappa di casa e corre per un giorno intero a perdifiato, finché esausta si accoccola su una panchina in un posteggio sulla strada che porta a Vienna. È notte e fa freddo ma lei stremata si addormenta. Nel cuore della notte due gendarmi la svegliano e nonostante le rimostranze e i racconti agghiaccianti su quella casa, decidono di riportarla da lui, dal padre carnefice Josef Fritzl...
L'agghiacciante storia di Elisabeth e del padre/aguzzino Josef Fritzl che l'ha tenuta segregata in un bunker sotterraneo da lui progettato e costruito nelle fondamenta della loro abitazione per ventiquattro anni, abusando più di tremila volte di lei, dandole alla fine sette figli – di cui uno morto e gettato nella caldaia del sotterraneo - è purtroppo tristemente nota al mondo intero. L'esordiente Paolo Sortino l'ha trasformata però in un dolorosissimo romanzo sull'amore e la follia. Perché Elizabeth non è un romanzo voyeuristico sul rapporto bene/male, non è la storia del mostro da sbattere in prima pagina, semmai come dice lo stesso Sortino, è un libro sulla mostruosità. “La mia intenzione era rappresentare la fragilità. La fragilità sincera, non potenziata, gridata, sovraesposta.”. E così, come un gioco di scatole cinesi, Elisabeth diventa il metaluogo dove, partendo dall'orrore, tutto confluisce e scorre negli anni, secondo una sua banale e ineluttabile logica. Il bunker diviene solo un altro possibile mondo al di sotto del mondo reale (?!) superiore, un microcosmo dove insieme all'orrore scorrono l'amore mostruoso e la pietà del padre verso la figlia/amante segregata e verso i sette figli/nipoti da lei macabramente generati. Un'opera che ha scatenato da subito ammirazione (la letteratura che ritorna alla tradizione del 'mito') ma anche inevitabili polemiche sulla realtà/verosimiglianza dei personaggi e sulla necessità di costruzione e concepimento di una storia siffatta. Una voce comunque, quella di Sortino, impeccabile, di una forza oscena, sontuosa e inevitabilmente dolorosa, capace di intrappolarti senza speranza per duecento pagine, come una mosca sotto un barattolo di vetro.

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