Ellroy confidential

Ellroy confidential. Scrivere e vivere a Los Angeles

“(…) Nell’irrealtà infernale dello psicopatico il sesso rappresenta un’arma, mentre nella semirealtà dello sbirro coincide con l’impossibilità di amare, perché per conquistare l’amore di una donna lo sbirro dovrebbe concedersi un po’ di vulnerabilità, cosa che ovviamente non può fare”… “Mia madre fu uccisa quando avevo dieci anni. Era una bella donna, con i capelli rossi, faceva l’infermiera ed era divorziata da quattro anni. (…) Era stata vista l’ultima volta in un bar in compagnia di un uomo e una donna: poi era andata via con lui e l’uomo l’aveva strangolata, avvolta in un cappotto e gettata nei cespugli (…). Non aveva abusato di lei. Andai a vivere con mio padre, e l’assassino non fu mai trovato. L’anno successivo lessi un agghiacciante resoconto di dieci pagine sul caso della Dalia Nera in The Badge, il libro dedicato da Jack Webb al LAPD. E quel caso divenne la mia ossessione. C’era dentro tutto l’orrore della morte di mia madre e molto altro”… “Jack Kennedy era uno da tre minuti scarsi. Freddy il Ricattatore (il tipo che Jimmy Hoffa ingaggiò nell’autunno del 1961 per spiare lo scannatoio di Peter Lawford in cui Jack giocava a “nascondi la salsiccia” con Marilyn Monroe) cronometrò una mezza dozzina di affondi tra Jack Kennedy e Marilyn Monroe e fece una media. Un paio di volte Jack non arrivò nemmeno a due minuti. Diceva sempre che era colpa del mal di schiena”… “Ho avuto un esaurimento. Ho rovinato tutto, buttato il mio matrimonio nel cesso. Ma sono tornato. Sono tornato e lo sono per davvero, e se non ci credi vaffanculo. Sto scrivendo il migliore dei miei libri e se non ti piace te lo puoi ficcare in culo. Sono contento di essere tornato a L.A. e se non ti piace L.A. o non ti piaccio io allora vaffanculo e attaccati al cazzo”…

Il volume raccoglie quindici interviste a James Ellroy selezionate dal curatore Tommaso De Lorenzis e raccolte da Duane Tucker nel 1984 per “Armchair Detective” (con tanto di mistero annesso, perché Tucker ha più volte sostenuto di non aver mai fatto questa intervista e ha avanzato l’ipotesi che l’allora sconosciuto scrittore se la sia inventata per farsi pubblicità), Don Swaim nel 1987 per “Wired for Books”, portale della Ohio University, Charles L.P. Silet nel 1995 per “Armchair Detective”, Ron Hogan nel 1995 per “Beatrice.com”, Paul Duncan nel 1997 per “The Third Degree”, Rob Blackwelder nel 1997 per “Splicedwire”, Craig McDonald nel 2001 e nel 2006 per i suoi due libri Art of the blood e Rogue Males, Keith Phipps nel 2004 per “The A.V. Club”, Peter Canavese nel 2006 per “Groucho Reviews”, Steven Powell nel 2008 e nel 2009 (due interviste finora inedite), Nathaniel Rich nel 2008 per “Paris Review”, David Peace nel 2010 per “The Guardian”, Chris Harvey nel 2014 per “The Telegraph”. Leggendole tutte di fila si percepisce chiaramente il percorso umano e professionale di Ellroy. Da una parte appare via via più sicuro di sé e consapevole della sua statura di “rockstar” della letteratura internazionale che si permette bizze da divo, risposte un po’ troppo tranchant o ammiccamenti da guitto. Dall’altra appare via via più fragile psicologicamente, ferito dalla vita e dagli amori infelici, con l’anima bruciata dalle sue paranoie. Quanto ai contenuti, i temi che emergono dalle risposte di Ellroy sono le architravi della sua opera: l’ossessione per gli assassinii di Elizabeth Short e Jean Hilliker, i poliziotti, la corruzione, Los Angeles, il sottobosco di Hollywood, le ombre della Storia degli Stati Uniti fotografata in vari momenti decisivi. Ma come fa argutamente notare De Lorenzis nell’essay che apre il libro, Italian tabloid, nella narrativa di Ellroy “il mistero (…) non riguarda tanto la violazione della legge, quanto i traumi e le rimozioni, le manie e le angosce che covano nell’inconscio e alienano la mente”.



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