Elogio della fragilità

Elogio della fragilità

Fragile: negli occhi di un bambino affondati nel buio di una notte apparentemente senza fine, il suono terribile di un urlo che non incontra nessuno, i genitori assenti. Un bambino, mano nella mano con la maestra all’uscita da scuola, il terrore di non trovare la madre. Fragile: negli occhi del bambino si disegna un altro bambino accanto al padre, davanti a un negozio di scarpe – Roma, Torpignattara, anni ‘50 – che chiede un nuovo paio di scarpe, e il padre cerca le parole per spiegare al figlio che non può permetterselo. Fragilità e compassione. Il liceo, la facoltà di medicina e il ‘68; la lotta politica, il partito e il tirocinio di fronte alla malattia, la vecchiaia, la morte. Il limite. La tensione e l’ambizione smisurata dell’uomo, il limite nell’angoscia variamente declinata – taciuta, sfuggita ‒ nei confronti della morte. La politica, l’impegno attivo, la frequentazione dei luoghi del lavoro rivoluzionario, la sinistra che ancora può dirsi tale, le amicizie e le letture fondanti. L’arte: la cerchia di artisti romani, galleria di ritratti creazioni e anche qui tormenti fragilità: occhi spalancati su abissi inesorabili. Qui, l’uomo marginalizzato, solo, preso nelle sue debolezze, che ha un moto, un sollevarsi, un guardare oltre, un propagarsi proprio da quella condizione: fragile. L’uomo e il medico provano a svellere i cardini del tecnicismo specializzante, della voracità insaziabile/corsa all’accumulo, del rumoroso iperattivismo che della fragilità, dell’angoscia e della morte vuole tacere. Guardare, seguire e interrogarsi sulla fragilità umana, su come essa possa essere attraversata da alcuni uomini in luminosa trasformazione…

Libera e a-sistematica è la scrittura di Roberto Gramiccia, medico, “curatore e uomo dubbioso”. La convergenze e la dialettica tra l’arte la medicina e la politica sono la lente d’ingrandimento privilegiata che gli ha permesso l’esperienza di avvicinare la fragilità: pazienti, artisti, uomini. Ne ha tratto così una teoria in cui l’esperienza personale s’intreccia con un quadro più generale della situazione, un’analisi strutturale che tocca con lucidità le piaghe della società odierna: dittatura del pensiero unico, consumismo sfrenato e ormai logoro, mercificazione diffusa a più livelli – non ultimo quello dell’arte ‒ conseguente mediocrità dilagante, rassegnazione e passività collettiva; strategia di potere che annichilisce il movimento singolo, lo marginalizza, toglie il terreno sotto i piedi a qualunque avversario, tentativo di presa, di riscatto. Di rivoluzione. Proprio di rivoluzione, folle dirlo, si dovrebbe tornare a parlare, con la stessa spinta emancipatrice che ha animato l’alba del terribile Novecento, prima del fallimento. Per farlo, ci si avvicini alla Ginestra leopardiana, le fragilità singole s’incontrino. Rapporti di forze, opposti colti in movimento: ecco la forza della fragilità, quella condizione umana che si origina nei primi uomini di fronte al thauma, e che dà la possibilità di tramutarsi in spinta creativa, afflato ispiratore, slancio verso l’alto. Prova, Gramiccia, a suggerire percorsi di riscatto, e la sua a-sistematica teoria andrebbe ampliata e connessa a zone feconde di riflessione (e azione) attuali su seria politica ed ecologia della mente.



 

 

 

 
 
 
 

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