Embassytown

Embassytown

Il pianeta Arieka gravita sul bordo dell’universo conosciuto, è “un avamposto poco collegato, sottosviluppato e privo di satelliti”, sulla cui superficie sorge la città di Embassytown, costruita all’interno di una bolla in cui viene garantita l’ossigenazione. La città costituisce uno spazio ristretto per la giovane Avice Benner Cho, che spera di poter superare l’addestramento e le prove che le garantiranno il lasciapassare per diventare una immergente e attraversare l’Immer, una sorta di non spazio in cui galleggiano energie indefinibili e detriti cosmici, da cui raggiungere altri pianeti, per conoscere nuove culture e individui. Fin da piccola ha sempre avuto percezione del fatto che qualcosa di diverso le spettava nella vita, da quando gli Ospiti – gli abitanti indigeni di Arieka, caratterizzati da ali prensili, un odore dolciastro e una capacità di linguaggio sconosciuta agli uomini – l’hanno usata come “similitudine vivente” per comunicare. Poco dopo la sua prima immersione Avice incontra Scile, un ricercatore universitario esperto di lingue spaziali che si interessa a lei e alle sue capacità, affascinandola nonostante spesso si trovino in contrasto. Il ragazzo sembra il compagno perfetto, disposto a seguirla nei suoi viaggi, interessato a scoprire e studiare nuove lingue. Ma il suo interesse si spinge ben oltre, infatti la volontà di Scile è quella di sposarla e tornare con lei a Embassytown per studiare il linguaggio degli Ariekei. Nonostante le iniziali esitazioni Avice cede e i due raggiungono Arieka per cominciare una nuova vita…

“Gli Ariekei sono individui relativamente semplici. I loro discorsi sono un intreccio di due sole voci, troppo complesse e variegate per essere classificate come toni bassi e acuti. Sono due suoni inestricabili provocati dalla coevoluzione di una bocca finalizzata all’ingestione e articolazione di parole e quello che un tempo, con tutta probabilità, era un organo di allarme specializzato. Questi esseri non sono capaci di scindere le voci e parlare utilizzandone una sola”. Un pianeta sperduto nel cosmo, un futuro in cui la Terra e i terrestri sono un’eco lontana e nuove colonie, nuovi mondi e domini costituiscono la realtà. Ma al di là del contesto fantascientifico l’originalità di Miéville consiste nell’aver creato attraverso Embassytown un luogo in cui il linguaggio è tutto: linfa vitale, droga, addirittura merce di scambio con gli alieni ospiti. E se i coloni non sono più in grado di fornire questa insolita droga ecco che orde di mostruose creature, ibrido fra insetto e rettile, minacciano gli uomini, spinti da volontà di sterminio. Ed è guerra. Il linguaggio nel romanzo non è semplice, i riferimenti a tecnologie e abitudini di vita future e aliene viene dato per scontato, senza spiegazioni, il lettore vi si abitua pagina dopo pagina e si sforza di visualizzare da sé ciò di cui si parla. Una società complessa a livello di rapporti interpersonali: ci sono turnogenitori, turnofigli, ci si sposa varie volte fin da ragazzini. Il tempo non è calcolato in anni ma in kilo/ore, le biomacchine sono ibridi complessi la cui fisiologia è appena accennata, tanti i riferimenti di difficile interpretazione. E questo nebuloso mondo non può essere descritto in poche righe, dato che “le parole non possono considerarsi davvero dei referenti. Ecco la vera tragedia della lingua”.



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