Emma B.

Emma B.

Emma è al terzo giorno di una crociera full optional che non ha richiesto, ottenuta da suo marito Eugenio a prezzo di favore da un cliente che ha dovuto rinunciarvi. Si prepara ad affrontare la “serata informale”: cena siciliana. Mentre si prepara è meno tesa del solito, una volta tanto ha la mise adatta a non sfigurare accanto alle “vere signore” dei tavoli più eleganti e per distinguersi dai tavoli delle mises Zara. Il sari corto che suo figlio Christian le ha portato da uno dei suoi viaggi si sposa perfettamente col vestitino verde brillante di sua figlia, che sembra addirittura meno scontrosa del solito, anche se tocca appena la cena dopo che Davide ‒ l’animatore ‒ si avvicina per ricordarle che ha preso un impegno per la serata karaoke. Emma è seccata e poco propensa, ma Eugenio è irremovibile e in breve si ritrovano stretti su un divanetto ad assistere alle più o meno squallide esibizioni di personaggi improbabili. Quando arriva il turno di Elisa, Emma stenta a credere a ciò che sente: sua figlia ha un dono quasi divino che ammutolisce i presenti e lascia basiti i suoi genitori, un’estensione vocale che le regala applausi a scena aperta e una piccola notorietà che durerà nei giorni successivi e si rifletterà su Emma e le sue relazioni sociali dandole l’occasione per raccontare a chiunque la propria sorpresa per il talento della figlia. Il ritorno a casa sarà l’inizio della “costruzione” del personaggio, delle lezioni di canto per le quali Emma finirà per pagare un prezzo molto alto: la sua dignità…

La Elisa che Sabrina Campolongo disegna in Emma B. è un’adolescente “mondo”, una donna in nuce che porta in sé i conflitti delle donne che l’hanno preceduta, i segni del rapporto di Emma con la propria madre le cui ambizioni derivavano a loro volta da una madre ansiosa di riscatto. La sedicenne che Emma ha di fronte le è quasi del tutto sconosciuta nella sua dimensione reale. Né lei né Eugenio sanno nulla della sua vita fuori dalle mura domestiche, del suo mondo, del nucleo profondo di sofferenza che le pressioni esterne hanno generato sin dal primo tuffo in piscina; Elisa non racconta nulla, loro intuiscono, interpretano, riempiono i vuoti nel modo per loro più conveniente. Emma B. è una donna che si racconta il mondo, che è prigioniera di un’idea di “successo” che anni di televisione-spazzatura e social media hanno trasformato in un mito effimero e di basso profilo e che la costringono a reinterpretare la propria banale quotidianità, a immaginarla e raccontarsela bagnata dalla luce dorata che ritiene di meritare. Il successo di Elisa è il successo di Emma, e per questo nella sua mente non trovano spazio le esitazioni, i timori, le insicurezze da cui Elisa viene divorata nella più assoluta indifferenza del mondo esterno. Emma B., come il personaggio a cui è garbatamente ispirata, non ha spazio mentale per la realtà, non ha tempo per le emozioni, i sussulti di un’adolescente esposta al mondo senza pelle, le cui terminazioni nervose riecheggiano gli abusi e le forzature subite e che solo attraverso il dolore trova l’ottundimento che le serve ad affrontare il mondo. Il talento di Sabrina Campolongo, già manifesto in Ciò che non siamo, sta nel raccontare senza dire, nel disegnare le sfumature dei caratteri dei suoi personaggi senza pretendere di tracciare contorni definiti, di racchiuderli in strutture preconcette. Emma ed Elisa sono due personaggi fluidi, che apparentemente bordeggiano l’una la vita dell’altra: ma solo nel deflagrare del conflitto verranno fuori le vere ferite che si sono inflitte a vicenda nel corso degli anni e che hanno lasciato piccole ma vistose cicatrici, sia fisiche che morali. Elisa, Eugenio, Christian e tutti gli altri comprimari ‒ dal maestro di canto alle molte donne che gravitano nella galassia di Emma, quelle che invidia e quelle che disprezza ‒ sono le pedine con cui lei arreda il proprio mondo, sono bidimensionali e svolgono una funzione strumentale al raggiungimento dei fini che si prefigge e ne sono tragicamente consapevoli. Una lettura intrigante, necessaria, che scardina gli stereotipi con colpi di penna che, lungi dall’essere violenti, sono delicati come pennellate che ridisegnino la mappa degli affetti di una famiglia come tante e ne tratteggino i chiaroscuri, le linee d’ombra. E i mostri che queste ombre abitano.

LEGGI L’INTERVISTA A SABRINA CAMPOLONGO



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