Encomio del tiranno

Encomio del tiranno

“Egregio editore, eccomi davanti alla macchina da scrivere, intento a realizzare un mio antico sogno; scrivere un libro il cui scopo è esattamente indicato dal titolo; lei non potrà negare la schiettezza, forse lievemente insultante, del mio assunto; non potrà avere dubbi, perplessità; potrà forse indignarsi, giacché Ella è, in quanto editore, uomo di cultura...”: con un approccio diretto Manganelli manifesta senza pudori le sue intenzioni. Una lettera aperta indirizzata a chiunque voglia rendersi disponibile alla pubblicazione della sua opera, evitando in tal modo di rivolgersi a un rappresentante specifico del panorama editoriale: “Andrò in cerca dell’editore che mi sia congeniale: un essere moralmente dubbio, anche equivoco, sordido, intento al conseguimento del denaro”. É il denaro lo scopo del suo scrivere e sua ambizione è diventare pennivendolo, paragonando così la scrittura a una merce da proporre al miglior acquirente. Lo scrittore è un buffone, un servo disposto a mettersi al servizio del tiranno che può decidere di eliminarlo qualora trovi uno più abile a soddisfarlo con le parole. Il tiranno è spalla per i lazzi del buffone come lo è l’editore per le pubblicazioni dello scrittore. “Senza il tiranno io non sarei...” Due figure che per esistere necessitano l’una dell’altra...

Scritto all’unico scopo di fare dei soldi è il sottotitolo di questo raffinato testo che mette in campo gli strumenti consueti dello stile di Manganelli: metafore ed esagerazioni, termini desueti, stile criptico volutamente contrapposto alle chiacchiere che abbondano nel guazzabuglio editoriale: “...tutti hanno cose da dire ma il modo di dirle arguto non è da tutti”. La letteratura è luogo prediletto per la contestazione, menzogna e ironia armi adatte a metterla in atto. Il testo è occasione per criticare la perdita di contenuto del racconto, tirare in ballo l’ossequiosa retorica dei docenti privi di senso critico e letterario, alludere all’uso della dedica tanto sfruttata in passato per omaggiare i rappresentanti del potere e tuttora in auge ma con dinamiche nuove. La scelta di impostare il racconto in chiave giocosa nasconde un concreto impegno: “Un gioco; ma nulla è più minutamente vessatorio di un gioco.” Ed è su questo geniale gioco delle parti e inversione di significati che s’imposta il fulcro del saggio. Con un capovolgimento l’ossequio simulato in principio lascia il campo a un familiare disprezzo: “Ma, vorrei fosse chiaro: scrivere è ignobile, quel che conta è scribacchiare. Ma dubito che tu queste cose possa capirle. Sebbene tu abbia in mano il mio destino, anzi appunto per questo, non riesco a liberarmi dall’impressione che tu sia stupido”.



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