Enzo Jannacci – Canzoni che feriscono

Enzo Jannacci – Canzoni che feriscono

“E la storia del mago, del mago, del mago e / guarda che acqua che viene / E la storia del mago, del mago e / ciapa el treno a quattr’or de mattina / Un lavoro pulito / già ma vuoi la soddisfazione / di trovarsi la sera / tutti insieme riuniti, / puliti davanti, davanti / alla televisione / E la storia del mago, del mago, e la vita, la morte / la gente per bene / E la storia del mago, del mago, del mago è / la chitarra è stonata la canzone non viene / Cinque palle e una lira / una ruota che gira / poi di colpo si spegne, / tutta la luminaria / e li vedi andar via / con la testa abbassata e / rimani da solo a parlare / a parlare, parlare / A parlare del mago, del / mago, del mago / e che fa un freddo boia…”. Questa è la storia di un mago. Un grande mago. Che è volato via troppo presto, qualche anno fa, la notte del venerdì santo, quello che precede la Pasqua, il giorno in cui il Nazareno, destinato a risorgere, muore, e si fa buio su tutta la terra da mezzogiorno fino alle tre. Il mago quel giorno resta a lungo nel tendone del circo, e pensa a un volto. Quel volto gli appare davanti agli occhi come sorridente, simile a quello di un fiorellino: la tenerezza e la gioia diventano più forti del male, di quel dolore che lo accompagna da sempre, che gli fa sperare una vita migliore per tutti, anche, se non specialmente, per chi non ha niente. L’amore del resto resta sempre, magari in un angolino del cuore, ma si deve solo riaccendere. Come le lampadine del circo…

Gastroenterologo di chiarissima fama, cantautore assai amato, poeta, attore, cabarettista, pianista, sceneggiatore, uomo di genio, autore di alcuni fra i brani più celebri della canzone italiana e interprete non solo di un sentimento di milanesità autentico e simbolico ma anche di una certa visione del mondo, sempre attenta agli ultimi, laica e dunque cristianissima nell’accezione più alta e universale del suo rivoluzionario e salvifico messaggio d’amore, ricercato per bisogno d’una tenerezza che lenisca, guarisca, consoli, ironico punto di riferimento nell’immaginario collettivo, Enzo Jannacci, scomparso a settantotto anni ancora da compiere nel 2013, dietro il sorriso, la celia, la burla, la boccacciana derisione dello stolido, che più lo è più s’atteggia da gradasso, sapeva far riflettere, emozionare, commuovere. Quando nell’Uomo a metà, per dirne una, dice che c’è poca minestra e quindi si rassegna a farne a meno, o sostiene che per molti nella puzza di guerra non ci sia nulla di strano, o quando canta l’elegia di un uomo senza fissa dimora volato in paradiso con le scarpe da tennis, lo strazio per la meschinità della sperequazione sociale si fa insanabile, lacerante come solo, forse, in un film di Ken Loach, muove la coscienza all’indignazione, fa piangere, ma del resto lo dice anche Filumena Marturano che certe volte è proprio bello piangere, perché è necessario: Vites, giornalista espertissimo di musica, si focalizza principalmente proprio su alcuni dei brani più significativi della produzione di un artista che oggi, in questo mondo sempre più rabbioso, invidioso, cattivo, crudele, misero, meschino, odioso e arrogante manca moltissimo.



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