Erbacce

Erbacce
Una donna mangia erbe che agiscono come filtri d’amore. Un medico affermato paga a caro prezzo le conseguenze di una notte passata in compagnia di una prostituta. Un miserabile lavoratore a cottimo balza improvvisamente all’onore delle cronache dopo aver vinto un incontro di lotta. Un incantatore di serpenti cerca e trova Dio; un altro, celibe e pio, persegue l’illuminazione. Un medico e figlio devoto cura il padre malato con modi da tiranno. Un uomo cieco vive felice all’oscuro della miseria e della malvagità che lo circondano. Un allievo problematico scambia la propria camicia con un’anguria da donare alla maestra...
La raccolta Erbacce, che prende il titolo all’omonimo racconto di Amita Pritam, una versione ridotta del Penguin Book of Modern Indian Short Stories curata e tradotta in inglese da una varietà di lingue locali da Stephen Alter e Wimal Dissanayake e in seconda battuta tradotta in italiano da Delfina Vezzoli, è un calderone di storie non recenti (il volume è stato pubblicato in Inghilterra quasi vent’anni fa), che riunisce alcuni dei temi e dei motivi per così dire classici della narrativa e della cultura indiana: dai matrimoni combinati all’ineluttabilità del karma e via discorrendo. I racconti, in larga parte debitori della tradizione orale, restituiscono però l’immagine di un’India ormai superata. L’India che noi occidentali percepiamo, e al cui fascino spesso soccombiamo, è quella che abbiamo imparato a conoscere attraverso le sue voci più grandi: da Salman Rushdie ad Amitav Ghosh, da Vikram Chandra ad Anita Desai (presente a dire il vero anche in Erbacce, col racconto “Un figlio devoto”), tanto per citare i più noti. Un’India sempre più alla ribalta (si pensi, per esempio, al successo globale che ha ottenuto recentemente il film "The Millionaire" di Danny Boyle) e sempre più occidentalizzata che, nel tentativo titanico di superare le ferite e le lacerazioni lasciate dal colonialismo, si trova a dover fare i conti con il passato e, soprattutto, a dover conciliare tradizione e modernità. Erbacce, dunque, dà l’impressione di essere un libro anacronistico, a tratti perfino nostalgico, il tentativo di riportare alla ribalta qualcosa che non c’è più.

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