Erica e i suoi fratelli - La garibaldina

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Erica e la sua famiglia si sono trasferiti in città dalla campagna che lei aveva quattro o cinque anni, subito dopo la guerra d’Etiopia. Abitano “in un nero pianterreno, dentro a un cortile con intorno neri balconi pieni di bimbi che urlano”: l’inverno le pozzanghere e le fontane si ghiacciano, l’estate nell’aria c’è odore di mare e i marinai delle navi da guerra scendono a terra e riempiono le strade. Gli anni passano, il padre lavora in una ferriera, fa l’operaio montatore e “guadagna un monotono pane”, ma quel pane sembra sempre più prezioso man mano che la crisi colpisce, i licenziamenti si susseguono e i salari calano. Quando Erica ha dodici anni la paga del padre non basta più per sfamare lei, suo fratello e sua sorella più piccoli. La madre allora va a lavare i piatti in una famiglia di impiegati: “gente sposata di fresco” che abita sì nel cortile, ma al piano nobile, con una finestra sulla piazza. Erica ormai ha capito che la sua famiglia è molto povera. Vengono ogni tanto a trovarli dei ricchi, signori e signore eleganti che lasciano sempre come elemosina dieci lire e delle camicie e mutande smesse. Passa un altro anno, un altro gelido inverno, e il padre ha un’idea: lasciare la casa – ed eliminare quindi la pur piccola spesa dell’affitto – e spostarsi in un edificio abbandonato al limitare del cortile, un rudere resto di un’antica demolizione. Sono solo due stanze, una sopra e una sotto. In quella sopra ci piove, quella sotto è una grande cucina con una vecchia stufa. Gli altri del cortile guardano il trasloco con bonaria curiosità: sembra una buona idea tutto sommato, ma dopo pochi mesi il padre di Erica perde il lavoro… Stazione ferroviaria di Ragusa. Un giovane soldato guarda un treno fermo. Va a Terranova, Licata, Canicattì ma è fermo da più di un’ora: è carico di gente che parla e canta, braccia che si agitano fuori dai finestrini. Qualcuno lo insulta, molti lo prendono in giro. Il soldato ha un biglietto di seconda classe per Terranova ma l’idea di salire su quel treno stracolmo e chiassoso non lo entusiasma. Un ferroviere lo avverte che più tardi, tra tre ore, partirà un altro treno. Glielo indica, è già sui binari, ancora vuoto: però arriva solo fino a Licata. Il soldato decide di aspettare, farà il resto della strada a piedi. Sale sul treno, si butta in uno scompartimento vuoto a dormire. Lo svegliano i controllori, il treno è già in viaggio. Il biglietto del soldato non va bene secondo loro, deve scendere a Donnafugata e aspettare il giorno dopo lo stesso treno che a Ragusa non ha voluto prendere. Il giovane soldato si dispera, ma a difenderlo interviene una strana donna, una anziana ciarliera accompagnata da un enorme alano che lei chiama Don Carlos…

Il volume raccoglie due lunghi racconti che non hanno nulla in comune, se non l’autore. Date di scrittura e pubblicazione diverse, stili diversi, qualità artistica dolorosamente diversa. Erica e i suoi fratelli fu scritto da Elio Vittorini tra gennaio e luglio 1936 ma poi abbandonato dallo scrittore allo scoppio della Guerra civile spagnola (scrisse in seguito: “Quell’evento mi rese d’un tratto indifferente alla storia su cui avevo lavorato per sei mesi di fila”). Pubblicato solo in parte dalle riviste “Campo di Marte” nel 1938 e “Il Tesoretto” nel 1939, il “romanzo interrotto” andò perduto durante la Seconda guerra mondiale e fu ritrovato solo nel 1953 dal figlio di Vittorini, Giusto, in un pacco di carte e libri. Nella forma in cui lo leggiamo qui uscì nel 1954 sulla rivista “Nuovi Argomenti” di Alberto Moravia e Alberto Carocci e nel 1956 in volume per Bompiani, che inaugurò questa strana associazione con La garibaldina, già uscito a puntate tra dicembre 1949 e maggio 1950 (salvo due capitoli aggiunti in seguito) sulla rivista “Il Ponte” di Piero Calamandrei e Corrado Tumiati. Se questo secondo frammento è perfettamente coerente con il “vagabondare siciliano” un po’ fine a se stesso del romanzo Le città del mondo (di cui infatti originariamente doveva essere un capitolo), Erica e i suoi fratelli è una favola cruda e disperata, una sorta di incrocio tra il Neorealismo più struggente e il fulminante Richard Matheson di Nato d’uomo e di donna. La prosa è elegantissima, affilata nella sua modernissima semplicità, priva della pur brillante artificiosità di Uomini e no. Molti i momenti di altissimo valore letterario: la sensibilità sognante con cui si raccontano i sogni e i pensieri di una bambina che vive nel microcosmo di un povero cortile, l’acutissima descrizione del risentimento della madre verso i suoi stessi figli, che di fatto sono un ostacolo all’amore del marito, l’unico che davvero le interessa (tanto che “ride solo se il babbo è in casa” e ben presto li abbandona al loro destino per seguire il suo uomo, divorata dalla gelosia) e infine la chiarezza sorprendente con cui si racconta anima e corpo della drammatica scelta della prostituzione da parte della quattordicenne Erica. Metà romanzo di denuncia sociale metà favola dei fratelli Grimm, il racconto vive soprattutto di dialoghi interiori, di emozioni e pensieri e costruisce sull’eterno tema della tensione tra mondo dei bambini e mondo degli adulti una storia indimenticabile che ha il sapore dell’orazione civile e le stimmate del capolavoro.



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