Ermes

Ermes
Luigi è un bravo guaglione napoletano di sedici anni. Diversamente dal prototipo del camorrista fascinoso o del disgraziato di strada senza scrupoli, è grassoccio, bruttino, silenzioso e con un grande mondo interiore. In sella alla sua Vespa, tra le viuzze strette della Napoli povera, verso il mare minaccioso o lassù dove Posillipo veglia sulle acque con le sue ombre che si allungano sulla superficie scura della distesa liquida, va a riscuotere le mesate dei parenti dei carcerati o si arrabatta in qualche modo per portare a casa la pagnotta. Vorrebbe lavorare in un bar di piazza Bellini, dove sta la bella gente, ma in cuor suo sa che non accadrà mai. Innamorato di Ninetta, coetanea e dall’indole volitiva, la considera al di sopra di tutte le altre femmine. In fondo da lei vorrebbe solo un abbraccio, una tenerezza, ché gli interessa poco della carne. Gaetano, invece, uscito da Poggioreale e amato da tutti perché temuto, gliela porta via e nessuno batte ciglio: non perché lotta per conquistarla, ma perché così è deciso e ci sono cose su cui non si discute. Chi è più forte decide, sceglie, detta regola. Che cosa può fare Luigi, in un mondo privo di sentimenti umani, per sfiorare la felicità? Dove deve andare per uscire da un meccanismo che sembra intrappolarlo, angusto e stretto come le strade dei quartieri spagnoli e profondamente radicato come la presenza del mare e delle rocce nel Golfo Napoletano? Perché sono due giorni che non vede Ninetta? L’angoscia di non rivederla più è snervante, insostenibile…
La soluzione per pigliarsi la felicità con tutte e due le mani è sacrificarsi, letteralmente. Sacrificandosi, Luigi, in quel volo infinito che lo separa dallo schianto, libera se stesso dal dolore, entrando in una prospettiva in cui la tristezza che le cose gioiose si portano sempre appresso smette di esistere. In quel volo, in fin dei conti l’unica soluzione possibile, si racchiude il senso profondo dell’esordio narrativo di Simonetta Poggiali. Ermes, messaggero divino per eccellenza con le ali ai piedi, è il mito di Luigi e ne è – allo stesso tempo – la rappresentazione più veritiera. La scrittura della Poggiali, che vuole sino all’ultima riga regalare un romanzo metaforico, simbolico, che chiama in causa la natura e la sua forza primitiva, ha uno stile asciutto, essenziale, che non aggiunge mai una parola di troppo, che è incisiva e toccante senza essere prolissa e ingombrante. Perché ingombranti, per chi legge, sono già i sentimenti del protagonista, assorbito dalla tensione inesauribile di voler capire il senso della permanenza terrena, estraneo e attonito di fronte alla violenza gratuita (esemplare l’immagine dei cardellini sventrati e poi schiacciati per scoprirne il sesso) che avvolge ogni cosa. La famiglia è assente, non la si scorge mai oltre le finestre, dietro le tende, intorno a una tavola. Non c’è tempo per i sentimentalismi, non c’è spazio per i drammi del cuore e i dolori dell’anima, non c’è un minuto neanche per pensare ai morti: meglio avere chiaro come tirare avanti, come sopravvivere. Un romanzo sull’adolescenza, anche, su quel passaggio delicato che conduce alla consapevolezza adulta, sui sogni infranti, sul rumore assordante che fanno quando si schiantano al suolo. Una storia che parla di una legge ancestrale, quella del più forte (spesso del prepotente o del delinquente), di un destino inesorabile da accettare a occhi chiusi, a testa bassa, senza possibilità di replica. E sullo sfondo, in realtà grande protagonista, Napoli. Napoli in tutto il suo doppio fascino (meravigliosa e crudele), in tutta la forza ispirativa che ha sttegato scrittori, registi e poeti dalla notte dei tempi. Un ottimo esordio, da rileggere per afferrare più sfumature possibili (ogni pagina è una fucina di spunti e riflessioni, situazioni) in attesa della prossima opera.

Leggi l'intervista a Simonetta Poggiali

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