Eroi del silenzio

Eroi del silenzio

Ferdinando ha il nome del nonno. Ferdinando nasce nel 1953, in territorio tedesco. Ferdinando non è figlio unico, anzi, è il terzogenito. Nasce a cavallo tra inverno e primavera: già dall’inizio la sua vita è transizione. Ferdinando vive un’infanzia popolata da animali e gente che parla tante lingue diverse. Nel suo cortile ci sono tigri, elefanti, cavalli, leoni. I suoi amici lo invidiano, lui invece invidia gli alberi. Che se ne stanno fermi. Sempre in un posto. Mentre attorno il resto muta. Ma loro no. Stabili, solidi, sicuri. Una certezza. Ferdinando passa la gran parte del tempo sotto a un tendone. Ferdinando percepisce distintamente la differenza che esiste tra i bambini che fanno una vita normale e lui, fra la scuola normale e la sua, quella del circo. Ferdinando non ha radici, non può metterle, la sua casa ha ruote che la spostano da un luogo all’altro, insieme ai trapezi, alle funi, ai costumi e alle fiere ammaestrate. È figlio di una mamma contorsionista acrobatica, anticonformista per volere divino, gitana per passione, nata subito dopo la prima guerra mondiale in una famiglia della media borghesia della Germania. Anche il padre è un circense: gira l’Italia come ha fatto prima di lui l’appassionato padre, Ferdinando, insieme a un orso ballerino. Si uniscono mentre lo fa anche l’Europa, martoriata dal secondo conflitto mondiale: nomadi che creano una loro patria. Ferdinando è un uomo bello, dal fisico prestante, come suo padre, che può permettersi di vivere di rendita decorosamente; che ama girare nudo per casa; che detesta sentirsi costretto negli abiti di un’esistenza borghese e “regolare” che non fa per lui. Anche se ha le sue abitudini: spesso, per dire, di giovedì si veste di blu. Ferdinando sta facendo pace con sé e con il suo passato anche attraverso il rebirthing: la sua coach, Laura, lo aiuta a ricordare. A portare luce sulle ombre, a dare voce ai silenzi, a smascherare con la verità tanti segreti. Ferdinando è un ragazzo che non riceve un trattamento di favore dal fatto di essere il figlio del capo, anzi. Ferdinando è un ragazzo di quindici anni: Robert, suo cugino, ne ha diciotto, e lo chiama poppante, nonostante gli abbia già raccontato, nella sua spudorata “innocenza”, delle sue scoperte erotiche. Già da tre anni, infatti, prova molto godimento nel masturbarsi. Robert lo prende in giro in modo allegro e ironico ma anche pregno di una sfacciata superiorità. In quella fase dello sviluppo la differenza d’età lo fa apparire ben più uomo di quanto non sia Ferdinando. Gli propone una sfida, che Ferdinando accetta senza nemmeno pensarci, tronfio dell’io smisurato di cui ogni adolescente soffre: consiste nel vedere chi dei due resisterà di più alle sollecitazioni della lingua di Gloria, la contorsionista ventiduenne, che non disdegna di svolgere complicate evoluzioni con la bocca lungo le pertiche dei ragazzi del circo. È Ferdinando a vincere, ma col passare del tempo si accorge anche di altro: Robert cerca, e al tempo stesso teme, il contato con lui…

Andrea de la Guarra, ballerino, attore, modello, stripper, veneziano di nascita che vive insieme a quattro gatti tra la laguna e le spiagge di Gran Canaria, scrive un Bildungsroman – ma è riduttivo definirlo così - originale e molto intrigante, avvincente e appassionante: semplice e chiaro, di rara fluidità e immediatezza, tanto che non si riesce a staccarsene, raffinato senza ricercatezze sterili, indaga – e non cade mai nella retorica, nel canone o nell’enfasi – qualcosa di molto comune, che tutti possediamo, ma che spesso e volentieri tendiamo a ignorare. L’interiorità. La sfera emotiva. La parte più vera di noi, quella più nuda, come il corpo non potrà mai essere anche se non è velato da alcun indumento. Perché guardarsi dentro, porsi delle domande, e soprattutto accettare le risposte ˗ dato che da tutto e tutti si può scappare, tranne che da sé ˗ non è facile. Specie se per pudore, per vergogna, per insicurezza, per un motivo qualsiasi ˗ a volte nemmeno conscio ˗ ci si sente sbagliati, si ha paura di ciò che si è e non si può essere altro, e di deludere gli altri, di tradire le loro aspettative. E magari invece gli altri già sanno tutto e amano comunque, anche se dai discorsi sembra di no. Ma guardarsi allo specchio, e non per controllare il turgore dei muscoli, è indispensabile per rinascere. Rebirthing, come la pratica che attua il protagonista per trovare un senso alle cose. Nella fattispecie lo scrittore penetra nell’anima di Ferdinando con curiosità niente affatto morbosa, e nemmeno scientifica: non è un analista di fronte al microscopio; è un uomo che vuole conoscere, capire, comunicare, non asettico ma partecipe. Molto interessante la scelta dell’ambientazione circense: una realtà altra, diversa, per molti forse persino incomprensibile, chiusa e piena di regole e disciplina; più borghese di quanto si possa pensare – trasgredire a tratti è inevitabile – ma al tempo stesso obbligata ad aprirsi al mondo per cui, attraverso gli spettacoli, esiste, ancor più complessa per chi si sta facendo – ed è difficile si sa – adulto e quindi sta cercando la sua strada, il suo posto come albero che con i rami buca il tendone. Vivida e coinvolgente la rappresentazione viscerale, carnale, sensuale, animalesca (Ferdinando lo dice: “ho imparato a fare l’amore guardando gli animali”, e d’altronde è quella la realtà della sua infanzia, è quel mondo che vede, è quella dimensione in cui vive mentre si forma la sua coscienza) e vibrante del sesso, per lo più omoerotico, senza infingimenti o mezze verità, allegoria e strumento di scoperta.



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