Eseguendo la sentenza

Eseguendo la sentenza
Il 15 marzo 1978 è il giorno precedente il sequestro di Aldo Moro. Tante le persone che, per un motivo o un altro, sentono che la loro vita sta per cambiare. Tiziana, studentessa di Scienze Politiche, è un misto di ansia ed euforia perché il giorno successivo si sarebbe laureata proprio con lui, il Prof. Aldo Moro, docente assai stimato in tutto l’ambiente accademico. Non solo: quel giorno è anche la vigilia della presentazione alla Camera dei Deputati del nuovo Governo. Tiziana è preoccupata perché, visti gli impegni del suo relatore, egli potrebbe non essere presente. Ma Aldo Moro, oltre ad essere un politico ed un professore, è prima di tutto un marito ed un padre: quella sera non pensa solo al programma dell’indomani, ma anche alla salute e al bene dei figli. E poi ci sono anche i membri delle BR: dai loro covi guardano la tv e prima di andare a dormire, caricano le loro armi necessarie per uccidere la scorta dell’onorevole e rapirlo al fine di ottenere la liberazione di altri loro compagni. Rapire il Presidente del più importante partito politico dell’epoca, la Democrazia Cristiana, significa per loro sottomettere lo Stato. Dal momento del rapimento i membri della DC sono divisi tra coscienza personale e legge di Stato, non sono disposti ad accogliere le richieste delle BR che vengono fatte anche per mano del loro ostaggio. I familiari di Moro sono, invece, addolorati, ma disposti a tutto pur di riaverlo. Per cercare una soluzione i membri del partito schierano a rappresentarli il Papa e la Caritas Italiana, ma non prendono mai un’ iniziativa volta a soddisfare le richieste dei rapitori o meglio ancora a salvaguardare la vita del loro Presidente. Le B.R. non cedono, solo alla fine, al momento della decisione più importante, uccidere o liberare Aldo Moro, il gruppo si spacca, ma poiché è sempre la maggioranza a contare, la sentenza viene eseguita...
Leggendo questo libro si ha l’impressione che, come in un romanzo, si ponga l’attenzione sui sentimenti e gli stati d’animo, a volte contradditori, delle persone che erano vicine a Moro, dai familiari e i suoi studenti, ai colleghi di partito, ai rivali politici. Dalle lettere che Moro scrisse ai suoi colleghi mentre era prigioniero politico emerge tutta la delusione e la rabbia di un uomo che ha creduto in un progetto politico e nelle persone che lo sostenevano e adesso queste persone si dimostrano totalmente immobili di fronte le richieste che vengono fatte loro: “Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante della storia d’Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese. Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopo domani.” C’è in questo saggio una completezza che farà emozionare e commuovere anche chi nel 1978 non era ancora nato o era troppo piccolo per aver memoria storica e di questa vicenda ha sentito solo i vaghi racconti, magari caricati dalla personale posizione politica, di nonni o genitori. Giovanni Bianconi non si limita a raccontare in modo analitico una sequenza di fatti e di processi “causa-effetto”, bensì riesce a mettere in luce le emozioni di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda. Ma soprattutto pone l’accento sul dolore, quello di Moro e della sua famiglia, intimo, umano, che nessuno riuscirà a colmare, ma che piuttosto resta per molti aspetti incompreso ed inascoltato. Un dolore che è uguale per tutti, uomini politici o uomini comuni.

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