Esercizi di rieducazione

Esercizi di rieducazione
Con la presa del potere di Mao e la nascita della Repubblica, il 1° ottobre 1949, la Cina diventa comunista. È l’inizio di un sistema totalitario che modifica nel profondo le strutture della società del più grande paese asiatico. Per chi non si conforma al nuovo corso la vita si fa difficile e pericolosa, come nel caso di Kang Zhengguo. Già il fatto che il nonno sia stato proprietario terriero, oltre che di fede buddista, e il padre sia un ingegnere non depone a suo favore. All’epoca del “Grande balzo in avanti” il giovane Kang riesce ancora a vivere bene, grazie alla capacità della famiglia di adattarsi all’ideologia comunista. La situazione, però, precipita quando comincia a frequentare le scuole e soprattutto l’università. Da quest’ultima è espulso dopo un anno, poco prima dell’avvento della Rivoluzione culturale, accusato di aver criticato l’operato del Grande Timoniere in alcune lettere scritte ad un amico e nel suo diario. Poco importa che il contenuto sia di natura eminentemente letteraria, ormai è considerato un criminale reazionario. Da questo momento prende avvio il suo calvario: prima è costretto a lavorare, come operaio reinserito, in un mattonificio-carcere, poi finisce in prigione, infine è assegnato ad un campo di rieducazione in campagna. Il tutto condito da processi pubblici, stesure di autocritiche, letture delle opere di Mao, digiuni sferzanti. Quando finalmente ritorna in libertà, si trova in un paese immerso nella paura, nella delazione, nel consenso forzato. Per sopravvivere deve ridursi allo status di figlio adottivo di un vecchio contadino e a trasferirsi in campagna. Non per questo vengono meno le sue aspirazioni ad un’esistenza libera dalle pastoie del regime, anzi…
“Questa può essere la miglior descrizione della vita quotidiana nella Cina comunista che io abbia mai letto” dice nella postfazione Perry Link della Princeton University. Kang Zhengguo, docente di Lingua e letteratura cinese alla Yale University, sceglie l’autobiografia per raccontare la sua dolorosa esperienza sotto Mao, cadenzandola in una narrazione veloce e avvincente da farla sembrare un romanzo. Il problema è che è tutto vero. Il realismo e l’autenticità (testimoniati dall’utilizzo di fotografie del protagonista) sono la cifra estetica di Esercizi di rieducazione. Kang, nel descrivere la sua caduta verso il basso, non risparmia critiche a nessuno, nemmeno a se stesso, elencando i numerosi errori commessi, che hanno procurato sofferenze e difficoltà alla sua famiglia. Se da un lato indaga la realtà quotidiana della Cina degli anni ’50 e ’60, dall’altro mette a nudo la sua interiorità e la sua psicologia. Fondamentalmente Kang è un non integrato. Il suo rifiuto a conformarsi al maoismo ne mette in chiara luce le assurdità e i limiti. Diventa denuncia di un potere burocratico, esercitato più con gli strumenti della corruzione e del ricatto morale e materiale che non con quelli dell’ideologia. Il suo è sicuramente un atteggiamento di una logica stringente, che finisce però per ritorceglisi contro. Il suo comportamento, estraneo ad ogni forma di compromesso, per altro accettato da tutti come un dogma sociale, è interpretato dai più, a partire dagli stessi famigliari, come irrazionale e insensato. In Esercizi di rieducazione si respira la medesima atmosfera claustrofobica di tanta letteratura concentrazionaria, da Primo Levi a Aleksandr Solženicyn. Là il mondo erano il lager e il gulag, qui una Cina piegata su se stessa, impaludata in una burocrazia onnipotente e oppressiva, corpo che tutto ingoia e divora. Oggi guardiamo a questo paese asiatico come modello tecnologico, economico e finanziario, ma dimentichiamo spesso che è retto da una dittatura che calpesta i più elementari diritti dell’uomo. Libri come questo di Kang fortunatamente ce lo ricordano.

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