Esiste un mondo a venire?

Esiste un mondo a venire?

“C’è una ragazza che precipita dal cinquantesimo piano di un palazzo, e man mano che scende continua a ripetersi: Non sta succedendo niente, non sta succedendo niente. Il problema non è la caduta. È l’atterraggio”. Anche noi ci comportiamo come la ragazza del tormentone dello splendido La haine-L’odio, del 1995, quando si tratta della salute ‒ e della sorte ‒ del nostro pianeta: organizziamo incontri e dibattiti sul tema, ma non cambiamo stili di vita, né individualmente né socialmente; soprattutto, sottoscriviamo accordi internazionali ai più alti livelli istituzionali senza preoccuparci di stabilire con quali mezzi procederemo ad attuarli. Appare sempre più evidente, ogni minuto che passa, che la questione ecologica non è più uno dei tanti problemi, e nemmeno solo uno dei più urgenti: ma è diventata il problema. Perché qualunque sia l’assetto che immaginiamo per il mondo a venire, è necessario anzitutto che un tale mondo… esista ancora. Il che non è scontato: anche se è questo che la nostra inerzia mentale ci suggerisce. “Il mondo è sempre esistito, ed esisterà sempre”, pensiamo. Ma l’evidenza ci dice il contrario: e prima che esso scompaia ‒ o si trasformi in qualcosa che preferiremmo non aver visto mai ‒ è necessario che l’uomo intervenga, e nella maniera giusta...

L’apocalisse, la fine dei tempi, la fine del mondo: è un evergreen che dall’antichità classica giunge ai giorni nostri con tutto il suo smalto perfettamente intatto, dopo aver esplorato un’infinità di forme e di generi (dagli zombi di Romero a quelli di Matheson, dai nuovi inquilini della saga delle scimmie alle rape del folgorante La razza dominante di Fredric Brown; dalle ecatombi siderali à la Armageddon del ’98 a quelle di matrice più antropica come La strada di McCarthy ‒ un excursus dell’immaginario apocalittico e dei suoi fondamenti è già stato esaminato in Manuale dell’apocalisse . Ma qui, per la prima volta dopo oltre cinquant’anni (da quando, all’epoca della crisi dei missili, si temeva una catastrofe nucleare ‒ timore che quasi fece impazzire Philip K. Dick, non a caso abbondantemente citato nella trilingue bibliografia finale), siamo di nuovo di fronte a un terrore che non è più soltanto (o in sostanza) immaginario, ma concreto, tangibile e, alla lunga, inevitabile. L’ecocataclisma è un futuro che possiamo realmente prevedere, e prevenire. Quella della fine non è più una paura, insomma, ma una vera e propria eventualità. Attraverso l’esame delle fonti e degli studi di settore ‒ fisici, filosofici, sociologici ‒ Déborah Danowski ed Eduardo Viveiros del Castro delineano il quadro attuale di una condizione che mai come in questo caso sarebbe opportuno definire “umana”, per quanto è immediatamente vicina a tutti noi. Un libro non solo per riflettere. Ma per agire.



 

 

 

 
 
 
 

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