A est dell’Occidente

A est dell’Occidente
Naso ha sei anni quando incontra per la prima volta il grande amore: è l’estate del 1970, lei si chiama Vera, è sua cugina. A tenerli separati c’è una lunga striscia d’acqua, il fiume che scorre in mezzo al loro paese: diviso in parti uguali alla fine delle grandi guerre, una riva alla Bulgaria, l’altra alla Serbia. Dopo il primo sbor, la riunione di famiglia autorizzata dai militari in cui mangiare pantagrueliche quantità di carne e bere litri di rakia, i due cugini continueranno a perdersi e ritrovarsi nell’umido, scuro letto del tempo. Dovranno però passare trent’anni, spezzarsi molti legami e inanellarsi l’una all’altra tante morti, prima che Naso trovi la forza per andarsene dal villaggio: approdando finalmente a Belgrado, scoprirà come la passione, se non vissuta, prima o poi viene bruciata e consumata da qualcun altro. C’è un altro amore, poi, tra una giapponese, Yuki, e un bulgaro emigrato negli Stati Uniti, sbocciato allo scalo dell’aeroporto O’Hare. Un affetto monco, orfano di figli che, pur desiderati, non vogliono arrivare: per trovarli, trasformando il sogno in carne e sangue, occorre risalire alle origini dell’intera stirpe, attraversare l’esperienza dei genitori e arrivare fino alla terra dei nonni, nella casa circondata da ciliegi, peschi e pruni. Nell’attesa di una fecondazione artificiale, Yuki interpreta quella curiosa realtà con l’occhio freddo di un obiettivo, chiusa nella gabbia del silenzio da una lingua impenetrabile. Non potendo comunicare, fotografa, sempre: fino a dover ritrarre, per pietà e senso di colpa, gli ultimi istanti di luce di un bambino zingaro, nella cui morte è stata invischiata senza volerlo. Ci sono, infine, due amici, Rado e Gogo, che nel gennaio del 1997 si ritrovano catapultati al centro della Storia: il governo, in Bulgaria, è caduto di nuovo, dopo il rovinoso, famoso crollo del 1989 e quelli successivi, 1990, 1992, 1994. Mentre l’incontrollata marea degli eventi porta fino a loro gli echi della manifestazione popolare, Gogo, con alle spalle una famiglia molto poco funzionale, e Rado, ex bambino prodigio che nessuno ha voluto riconoscere come fenomeno, decidono di dare un nuovo corso alle proprie vite rubando una croce (probabilmente) d’oro in una grande chiesa di Sofia. Ma dovranno fare i conti con la chincaglieria che perfino i sacerdoti spacciano per lode al Signore: e con un imprevisto ospite relegato, solo, malato, sporco, nella fredda canonica…
“Anche la merda, con una storia come si deve, diventa importante”. E di storie se ne intende Miroslav Penkov, giovane scrittore bulgaro emigrato nel 2001 negli Stati Uniti, nazione di epiche narrazioni e opportunità dorate: il suo A est dell’Occidente è un compendio di racconti declinati con la grazia di una nostalgia sagace, dallo sguardo obliquo, non diretto, curioso e clinico su quella parte d’Europa cresciuta all’ombra del muro. Il mondo di Penkov non è affatto un’austera scacchiera fatta di bianchi e neri: noi, gli occidentali con il bagno in casa, e loro, gli “orientali” con le rape rosse nel piatto, tutti a desiderare gli stessi futili oggetti imposti dalla dea pubblicità senza potere (loro, non certo noi) acquistarli. L’universo contenuto in A est dell’Occidente è una palla che rotola senza fermarsi, le cui facce, Stati Uniti e Bulgaria, si confondono sino ad assumere gli stessi connotati, gli stessi confini. Come l’autore, i personaggi inventati da questo docente di scrittura creativa guardano avanti, verso il sole artificiale di una terra promessa che osservata da lontano luccica di perfezione: eppure, nel tentativo di raggiungerla, nello sforzo compiuto per spogliarsi della povertà, della chiusura, delle ataviche regole di un’esistenza stretta e lacera, rischiano ad ogni passo di cadere inciampando sulle proprie radici. Si va di “là”, dunque, gonfi di speranza, solo per sentire ancora più forte il richiamo del “qui”, il peso di tutte le generazioni impegnate (o costrette) a costruire un Paese complicato e affascinante: ci si muove alla ricerca di una nuova casa, una differente identità, e si è invece costretti a fare i conti con un costante senso di estraneità e lontananza da ciò che circonda ogni minuta attesa. Più vicini all’amara ironia dei fratelli Coen che alle tumultuose fanfare di Goran Bregović, questi racconti (stralunati, surreali, teneri) si susseguono rapidi come lampi, in un frenetico andirivieni tra passato e presente: la lingua di Penkov è una strabiliante rete di invenzioni che cattura situazioni, intrappola grovigli di sensazioni, e ci restituisce immagini pulsanti di puro estro, disegnate seguendo i contorni della quotidianità ma arricchite di pennellate maliarde, sature di goffa inquietudine. Sedotti da una prosa che ha il dono di essere linguisticamente impeccabile e mirabilmente informale, ci avventuriamo in vicende dove anche il contesto socio-politico diventa letteratura, in cui una parola, una strada, riescono a dire di un cambiamento memorabile: tra un decennio e l’altro abbiamo nonni e nipoti, madri e figlie, mariti e mogli che si abbandonano all’abbraccio a tratti soffocante della Storia, lasciando che i desideri, gli smarrimenti, trovino il giusto posto in una inconsueta, sconosciuta dimensione. A est dell’Occidente, dunque, è la giusta ancora di salvezza a cui aggrapparsi per non affogare nell’affollato mare dei pregiudizi su quell’Est tanto vagheggiato e poco vissuto: i personaggi di Penkov, così fragili e umani, vi mostreranno cosa si muove, e sempre si muoverà, sotto la liscia superficie di un paesaggio da barzelletta. 

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