Estasi di libertà

Estasi di libertà
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Nel 1926 Christine Hoflehner è una quasi trentenne impiegata delle Poste. Siamo nell’Austria da pochi anni uscita dalla tempesta della Prima Guerra Mondiale, che, se ha completamente sovvertito l’ordine mondiale e la vita della ragazza, non ha minimamente scalfito la monotona, immarcescibile organizzazione asburgica degli uffici pubblici, la quale prevede una minuziosa tabella di durata in servizio per tutti gli oggetti ad essi in dotazione: dei tamponi assorbenti, delle matite, così come degli impiegati e delle sedie su cui trascorrono la loro vita lavorativa. Tutto lascia presupporre che la vita di Christine sia destinata a trascolorare sempre più col trascorrere degli anni: una madre malata da accudire, un’estrema povertà contro cui nulla può il suo misero salario, il sonnacchioso borgo di Klein-Reifling che non sembra avere alcuna sorpresa in serbo per lei, i sui ventotto anni che la pongono quasi oltre il limite per un matrimonio accettabile. I contorni del suo futuro sembrano ormai scolpiti nella pietra fino a che uno speciale, inatteso sussulto del telegrafo porta una notizia che rende ilare persino la madre malata. Il ritorno dall’America di sua zia Claire, al secolo Klara, che grazie al matrimonio con l’industriale Anthony van Boolen ha potuto realizzare i propri sogni e ora invita Christine, presto rinovellata in Christiane Van Boolen, a condividere parte della sua vacanza in Europa. La giovane, rimodellata a immagine della sua fata madrina, incanta il bel mondo in cui si affaccia per breve tempo con lo stupore e la meraviglia degni di un’erede culturale di Cenerentola; il risveglio dal sogno, il ritorno alla propria scolorita realtà, le rende quasi inevitabile l’innamoramento per Ferdinand e le sue tirate polemiche contro l’autorità e, di conseguenza, lasciarsi trascinare dall’uomo in uno dei più minuziosi e ben congegnati piani d’azione della storia della Letteratura…

Stefan Zweig non aveva probabilmente concepito Estasi di libertà come il prodotto che il lettore si trova oggi tra le mani, ma ne aveva ultimato la prima parte, lasciando larghe porzioni della seconda incompiute o solo abbozzate: ma la loro incompletezza nulla toglie alla godibilità di uno dei più bei testi della letteratura europea del XX secolo. La penna di Zweig ancora una volta tesse la storia come una ragnatela perfetta ed eterea, che avviluppa il lettore nelle vite dei personaggi, lo invischia nelle atmosfere, cattura la vita di ciascun ambiente con una dovizia di particolari che mai si fa noiosa o ridondante, lo coinvolge attraverso abili cambi di registro narrativo, negli stati d’animo della protagonista, nel suo percorso dalla trepidante speranza, alla gioia soverchiante, alla disillusione strisciante a cui rifiuta di arrendersi. Sono molti i temi cari alla letteratura del tempo trattati o anche solo sfiorati da Zweig in questo testo: la miseria che avvolge e soffoca le speranze degli uomini come un sudario, l’identità e il senso di sé che Christine-Christiane sviluppa nel corso della narrazione, l’impatto della Storia sulle vite dei singoli, in particolare, la cronaca fulminante della I guerra mondiale vista per come si riflette sulle vite opache della protagonista allora poco più che adolescente e di sua madre. Si può dire con una buona dose di sicurezza che ‒ nonostante l’editore Clichy abbia dato alle stampe un libro traboccante di refusi al limite dell’oltraggio ‒ mai opera incompiuta fu più completa, valida, godibile, avvincente.



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