Estate

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La nota giornalista televisiva Astrid Cecchetti corre in auto verso l’aeroporto. Sta andando in Norvegia per assistere al processo ad Anders Breivik, il pazzo terrorista omicida che nel luglio 2011 ha ucciso con armi di vario genere settantasette persone fra cui una sessantina di giovani che partecipavano a un campus organizzato dal partito laburista norvegese nell’isola di Utøya. Sul sedile del passeggero della reporter viaggia Jacopo D’Alverno, proprietario del Sea-Gull Hôtel des Étrangers, hotel di lusso sul Mediterraneo per VIP di Hollywood e altri clienti facoltosi, che da poco è stato rovinato da un incendio. La fuga in Norvegia non è solo un viaggio professionale: durante l’incendio che ha colpito l’albergo, Jacopo ha trascurato di accertarsi delle condizioni vitali della moglie Eleonora e della figlia Sofia, preferendo l’assistenza ai clienti: questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha scatenato l’ira della moglie, che lo ha lasciato su due piedi. Il quarantenne si trova in balìa della crisi post-separazione ed è sotto psicofarmaci, il suo viaggio in Norvegia servirà a confonderlo ancora di più, tanto che quando tornerà a casa sarà costretto a pernottare da un amico di università, passando attraverso altre vicende escapiste, che lo costringeranno a ripensare a fondo tutti i legami con la sua famiglia: in particolare con la madre e la sorella, scavando fino all’infanzia e alla morte di una cugina in tenera età…

Il nuovo libro di Colombati è una storia d’amore di quarantenni disillusi, che fanno i conti con se stessi e cercano di ritrovare un appiglio, una sottile linea rossa che guidi la sequenza delle loro giornate e delle loro vite. In particolare è un’analisi impietosa sul passare del tempo, intervallata dalla vicenda del terrorista norvegese, che fa capolino qui e là durante la crisi di mezza età del protagonista. Una lunga riflessione sulla vita, sulla morte, sui sensi di colpa e sull’amore, scelta importante, forse la più importante, ma che proprio per questo spaventa. Chi siamo noi per decidere chi amare (“Per quanto possa essere sconvolgente prenderne atto, siamo noi a creare le persone che amiamo”)? Siamo noi che decidiamo o è la stessa forza dell’attrazione (“la forza che nella verde miccia spinge il fiore”, così la definiva Dylan Thomas in un famoso verso) che in qualche modo si impossessa di noi e ci trascina a dichiarare il nostro sentimento verso l’altra/o? Amiamo o siamo amati? Sono queste le domande cui cerca di rispondere l’autore. I tool narrativi usati sono fra le altre cose un continuo ping-pong fra presente narrativo e ricordo nostalgico à la Proust (gli anni Ottanta e Novanta) e un’ottima padronanza nell’arte di costruire i dialoghi. In particolare in quelli fra il protagonista e le donne del libro si raggiunge il più alto livello del lavoro: mai banali, sempre indagatori, che spingono sempre “un po’ più in là”. In fondo è questo che vogliamo trovare nei buoni libri: le risposte agli interrogativi che ci passano per la testa e di cui magari non abbiamo molto tempo per rispondere perché passiamo il tempo a risolvere incombenze noiose: stirare, fare la spesa, mangiare, lavorare. Molte volte la buona letteratura ci fa capire che la vita per fortuna non è solo questo. Le storie che non sono solo storie, che pongono domande, che prendono posizione (possa questa piacere o meno). Sono questi i libri che vogliamo leggere, di cui ci vogliamo contornare.



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