Eugenio Scalfari - L’intellettuale dilettante

Alla veneranda età di novant’anni Eugenio Scalfari, decano del giornalismo italiano, è un uomo che avverte ancora un insopprimibile bisogno di scrivere. Non più gli arguti e lucidi editoriali con cui ha  incalzato in modo esemplare generazioni di politici, capitani d’industria e finanza del nostro Paese. Ma libri in cui si avventura con piglio temerario nei vasto mare del sapere umano. Spaziando dalla filosofia alla religione, dalla letteratura alla storia, dalla scienza alla psicologia senza alcuna riserva  di ordine reverenziale. Finendo, tuttavia, per vestire i panni di un inesperto nocchiero che salpa per L’alto mare aperto della modernità e finisce per perdere la rotta. L’intento dichiarato alla partenza è quello di compiere la rivisitazione di un’epoca che gli appare irrimediabilmente votata al declino. Ma la sua carta nautica ha coordinate indefinite e le risorse a disposizione sono costituite solo da vecchi sedimenti liceali. Troppo limitati e inadeguati per dare sensatezza a una navigazione che si rivela invece sconclusionata. Malinconicamente segnate da una vena dilettantistica, le opere della maturità non raggiungono alcuna rilevanza sul piano culturale e costituiscono una sconcertante sorpresa di cui il lettore avrebbe fatto volentieri a meno…
Confusa e contraddittoria, superficiale e lacunosa, approssimativa e banale. Tale appare la vena creativa che ha dato vita ai recenti saggi pubblicati da Eugenio Scalfari – da Incontro con io a Alla ricerca della morale perduta, da Attualità dell’Illuminismo a L’uomo che non credeva in Dio, da Per l’alto mare aperto a Scuote l’anima mia Eros – all’approfondita analisi condotta da Francesco Bucci in un pamphlet dal carattere severo e intransigente. Il documentato atto d’accusa scandaglia i testi, si contorce alla ricerca di un rigore scientifico che non c’è e mette in luce, pagina dopo pagina, le incongruenze di un pensiero completamente destrutturato, che è insieme memoria storica, flusso di coscienza, diario spirituale, zibaldone di asserzioni che affrontano tematiche di assoluto rilievo umanistico e scientifico, disseminando ovunque approssimazione e spropositi. Insomma, dinanzi alla sapienza di dettagli e approfondimenti su cui Francesco Bucci costruisce le tesi accusatorie del suo ardito libro, si prova più che un sussulto: il geniale fondatore de “la Repubblica” è un uomo di sommaria e imprecisa sapienza che nell’ultimo tratto della sua parabola professionale si consegna al lettore con una mediocrità disarmante e imprevedibile. Demerito suo, ma anche dell’acume e del coraggio con cui Francesco Bucci riesce a metterlo all’angolo.

 

 

 

 
 
 
 
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