Ezio

Verso la fine del IV secolo l’Impero Romano si estende ancora su un territorio enorme, ma l’apparente potenza inattaccabile nasconde una grande fragilità. Come fanno da secoli, i barbari premono alle frontiere: ma le difese che devono tenerli a bada sono molto più scarse e inefficaci che in passato. Le riforme militari avviate da Diocleziano e perfezionate da Costantino hanno – tra l’altro – istituito un esercito di frontiera (limitanei o ripenses) diverso dall’esercito di manovra (palatini o comitatenses), acquartierato in profondità: lo scopo era garantire a Roma una difesa efficiente anche in caso di sfondamento dei confini, ma il risultato pratico è stato che i soldati mandati alle frontiere sono considerati penalizzati, di seconda categoria. E tali, anno dopo anno, diventano. La situazione inizia a precipitare nel 376, quando la tribù dei Tervingi, braccata dagli Unni, una popolazione di stirpe mongola che anno dopo anno ha annientato tutto ciò che ha incontrato sul suo cammino, chiede di oltrepassare il Danubio – confine naturale dell’Impero Romano. L’imperatore Valente ritiene che sia un buon affare accogliere circa cinquantamila nuovi sudditi e li fa insediare in Tracia. Un anno dopo però i Tervingi, vessati da corrotti funzionari locali, si ribellano assieme ai Goti. Roma deve fronteggiare un focolaio di rivolta nel proprio territorio e per stroncarlo sul nascere muove contro i barbari un esercito imponente, guidato dallo stesso Valente. Il 9 agosto del 378, presso Adrianopoli, Valente viene sbaragliato sul campo. I caduti di parte romana sono decine di migliaia, e tra loro lo stesso imperatore. Il conflitto si risolve solo nel 382 con un trattato di pace che di fatto istituisce un vero e proprio Stato barbaro indipendente entro i confini romani: è l’inizio della fine…

“Ezio fu il generale più eminente della sua epoca travagliata”, spiega Giorgio Ravegnani, professore di storia bizantina all'Università Ca’ Foscari di Venezia, nella sua introduzione, “e può sicuramente essere definito l’ultimo dei Romani, un antico romano, come comunemente si dice, vissuto quando l’impero era ormai ridotto a una pallida ombra di ciò che era stato”. Di Ezio si sa tutto sommato poco, sebbene abbia avuto un ruolo di grande importanza. Le fonti del V secolo che lo riguardano sono rare e questo ha reso il lavoro di Ravegnani particolarmente arduo: l’anonima Chronica gallica, “che giunge fino al 452 e mostra una tendenza avversa al generalissimo”, l’Epitoma chronicon di Prospero di Aquitania (o Prospero Tirone), la Cronaca di Idazio, i panegirici di Ezio composti da Flavio Merobaude, che combatté ai suoi ordini. Per il resto, solo accenni occasionali ad Ezio: nei versi di Gaio Sollio Sidonio Apollinare, nella biografia di Germano di Auxerre redatta da Costanzo di Lione, nell’epigrafe posta sotto la statua di Ezio scolpita nel 437. Più estese le descrizioni presenti in opere più tarde, segnatamente nella Historia Francorum di Gregorio di Tours (che afferma di usare come fonte un’opera purtroppo perduta di Renato Profuturo Frigerido) e negli scritti di Giordane – che fu probabilmente vescovo di Crotone –, che ci ha lasciato una descrizione molto vivida e particolareggiata della battaglia dei Campi Catalaunici, in Gallia, nel 451, scrivendo però nel VI secolo basandosi forse su di un’opera perduta di Cassiodoro e quindi “filtrando” molto gli eventi. Fu proprio questo il momento più alto della carriera militare di Ezio, quando gli eserciti romano e visigoto inflissero una sanguinosa sconfitta all’orda di Unni guidata da Attila in Gallia, nei pressi dell’odierna Châlons-en-Champagne in quella che è stata definita da molti storici “l’ultima vittoria di Roma”. Solo tre anni dopo Ezio moriva assassinato per mano dell’imperatore Valentiniano III, impaurito dalla popolarità del generale: un nobile romano dell’epoca paragonò questa scelta a “tagliarsi la mano destra con la sinistra”. L’Impero romano sarebbe durato di più se Ezio fosse rimasto al comando del suo esercito? La storia sarebbe cambiata? Naturalmente non è dato saperlo, ma la tesi di Ravegnani è che Ezio avrebbe avuto facilmente ragione di nemici che invece negli anni successivi sferrarono colpi letali a Roma approfittando del caos in cui era precipitata. Il saggio – per quanto avvincente e puntuale – soffre molto della obiettiva scarsità di fonti e per circa metà non si occupa affatto di Ezio, ma della cronaca delle fasi finali della decadenza dell’Impero romano.



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