Fùcino ‒ Acqua, terra, infanzia

“A un certo punto ‒ un punto simmetricamente distante dal ricordo quanto dall’oblio ‒ ho scoperto di pensare al Fùcino come ad una grande metafora personale”. Il Fùcino è essenzialmente un vuoto, un’assenza, e come tale va raccontato. Diverse volte all’anno, dai quattro ai quattordici anni, Roberto ha compiuto il viaggio di 50 minuti per il quale ci si preparava come per una trasvolata atlantica. L’arrivo alla casa fuori Aielli, non poteva prescindere dall’attraversamento del paese, sotto gli sguardi tra lo scettico e il curioso degli autoctoni seduti ai tavolini del bar. Quella famiglia di quattro persone sulla 1100 Mirafiori è l’unica a villeggiare da quelle parti senza avere alcun alcun legame ancestrale coi luoghi. Come molti e più illustri viaggiatori prima di loro, sono rimasti dalle valli incorniciate dai monti, dai paesaggi punteggiati di testimonianze storiche come il Castello di Cerchio, in cui pare abbia soggiornato Gregorovius, o i resti della Villa del Console romano Lucio Vitellio, che, per primo ha importato in quei luoghi coltivazioni come l’uva, il noce, il fico dalla Siria. Forse, chi può dirlo, proprio da lui ha origine anche il noce statuario che ombreggia la casa che suo padre ha costruito con l’aiuto di generosi e infaticabili muratori locali e che ha fatto da sfondo all’infanzia avventurosa sua e di suo fratello. Il rapporto col proprio fratello, le loro differenze caratteriali, le scoperte e le esplorazioni, gli scavi nel giardino di casa, sono il punto di partenza per raccontare un’area segnata da un’assenza, quella del Lago bonificato nel 1886, che dà il titolo all’opera e i personaggi a cui quei luoghi hanno dato i natali, o che hanno ospitato durante viaggi di scoperta come quello compiuto da Gadda. Tra i personaggi più noti, quello che ha maggiormente contribuito all’épos dei luoghi e alla loro narrativa è senz’altro Secondo Tranquilli che, nelle vesti di Ignazio Silone ha eternato la magia di quei luoghi per sempre...

Il viaggio a ritroso di Roberto Carvelli in Fùcino. Acqua, terra, infanzia nel vuoto lasciato dal Fùcino nella conca che prende il suo nome è innanzitutto un omaggio ai luoghi, in primis a un lago che per millenni ha caparbiamente resistito ai molteplici tentativi di bonificarlo messi in opera dall’uomo, per poi cedere nel 1886. Si procede, come in tutti i viaggi interiori, con la mappatura delle assenze: e se la più vistosa è quella del lago, nello scorrere del testo vi sono tracciati sotterranei, una vena di malinconia che arricchisce e informa di sé tutta la narrazione. A mancare all’autore è la sua infanzia, le cose, persone che l’hanno popolata e soprattutto una dimensione di spensieratezza perduta per sempre insieme ai valori di una comunità che ha saputo incantare i viaggiatori e gli studiosi. Da Dumas a Silone, a Gadda tutti hanno lasciato testimonianza del valore che ha rivestito per loro. Nonostante il tono elegiaco del libro, l’autore non ha alcun timore ad affrontare e sviscerare un tema controverso come il collaborazionismo di Silone e la sua travagliata sessualità e lo fa con assoluto rigore, senza sensazionalismi e inquadrando la controversia con totale imparzialità. Un testo che sta a metà tra il memoriale di famiglia e la cronaca, molto ricco di testimonianze fotografiche, che spaziano dalle tenere istantanee familiari a quelle di luoghi e persone immortalati in uno dei reiterati ritorni, anche da adulto, nei luoghi che lo hanno visto felice da bambino e dai quali non sembra riuscire a staccarsi. Lui stesso confessa di aver sentito spesso il bisogno di tornare a fermarsi davanti alla casa che per un’inspiegabile decisione del padre, è stata venduta ormai da molti anni. La nostalgia che avvolge tutto il testo è un sentimento adulto, maturo e consapevole dell’inanità di ogni tentativo di riportare in vita il passato. Il suo intento non banale è quello dio tracciare una mappa per l’anima, salvare la toponomastica perduta e, se a tratti il livello di minuziosità a cui scende sembra essere eccessivo per il lettore che non conosca i luoghi, e togliere alla rievocazione un po’ di magia, il risultato d’insieme è un’opera equilibrata, che dosa sapientemente il personale e l’universale, inteso come Storia di luoghi e persone estranei e regala piccoli godibilissimi momenti di deja vu e facile immedesimazione a chi abbia vissuto la propria infanzia negli anni Settanta o Ottanta del secolo scorso.



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