Faccetta nera

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Estate 1935. L’Etiopia o Abissinia – vasta sei volte l’Italia, arida e povera nel bassopiano ma ricca di foreste e pianure sugli immensi, fertili altipiani che superano anche i 3000 metri di quota – è l’unico regno africano indipendente, l’unico scampato alla colonizzazione europea, l’unico che ha sconfitto militarmente un esercito europeo (quello italiano, nel 1896 ad Adua), l’unico rappresentato nella Lega delle Nazioni, l’unico di religione cristiana in un’area completamente islamizzata. Lo guida Hailè Selassiè, il negus neghesti (re dei re) del Leone di Giuda, che afferma di essere un discendente diretto di Salomone e della Regina di Saba. Nonostante queste caratteristiche uniche, dell’Abissinia in Occidente nessuno sa nulla: eppure già quasi un secolo prima la regione era stata al centro di una crisi internazionale. Dopo l’Unità d’Italia, il governo sabaudo infatti mostrò “interessi africani”: la compagnia di navigazione genovese Rubattino aveva acquistato la baia di Assab (versando 8100 talleri di Maria Teresa) per usarla come scalo di ancoraggio nel Mar Rosso dopo l’apertura del Canale di Suez. Nel 1881 il governo italiano la rilevò da Rubattino per 416.000 lire, una somma ingente e un ottimo affare per la compagnia, che continuò a servirsi dello scalo - ma a spese dello Stato. Quando l’esploratore Gustavo Bianchi, incaricato di perlustrare i territori interni etiopici in vista di una possibile colonizzazione, fu trucidato dai predoni dancali nel Tigrè, l’Italia prese la palla al balzo e nel febbraio 1885 inviò a Massaua un corpo di spedizione di 800 bersaglieri al comando del colonnello Tancredi Saletta. L’isola dove sorgeva Massaua era territorio egiziano, ma su intercessione dell’Inghilterra il governatore locale “fece le valigie senza protestare”, lasciando sul posto un migliaio di mercenari che Saletta prontamente addestrò e inquadrò nell’esercito italiano. Nella capitale Addis Abeba in quel momento regnava il negus Giovanni, che sempre su pressioni inglesi aveva deciso di non respingere la testa di ponte italiana. La pensava diversamente il feroce e fiero ras Alula, che nel 1887 mosse in guerra contro i nostri bersaglieri…

Arrigo Petacco, giornalista di lungo corso, una vita a “La Nazione” di Firenze (prima come inviato speciale, poi come caporedattore e infine come direttore) ma anche una bella esperienza alla guida del mensile “Storia Illustrata” e come autore RAI, è scomparso il 3 aprile 2018. Inevitabile quindi – e tutto sommato anche doveroso – che gli editori ristampino i suoi libri più significativi. Non tra i suoi migliori ma senza dubbio tra quelli di maggior successo commerciale c’è questo Faccetta nera, che partendo dal testo della popolarissima canzone omonima (scritta da Renato Micheli dapprima in romanesco e poi in italiano e musicata da Mario Ruccione nel 1935) racconta la storia del colonialismo italiano in Africa, da Crispi a Mussolini. La canzone – ai suoi tempi una hit clamorosa, e ancora oggi un motivetto conosciuto praticamente da tutti, nel nostro Paese – aveva un testo che pur partendo da un nobile intento (la liberazione dell’Abissinia dalla schiavitù e dal tribalismo, l’avvento della democrazia e del rispetto delle donne) finì per evocare grossolane immagini erotiche esotico-razziste: ed è questa infatti la reputazione che ha ancora oggi. Un po’ una metafora, ragiona Petacco, dell’avventura fascista in Africa Orientale: un mix da una parte di intenti civilizzatori e legittime aspirazioni imperialiste, dall’altra di avventurismo e pulsioni erotiche di massa. Una delle principali ragioni che hanno mosso decine di migliaia di giovani italiani degli anni Trenta a offrirsi volontari per la guerra d’Etiopia, secondo l’autore, fu infatti il desiderio irrefrenabile di “predare” le donne africane, nell’immaginario collettivo dipinte come disponibili e sessualmente disinibite. Il libro di Petacco è oggettivamente divertente da leggere, una raffica di aneddoti che non pongono nessuna difficoltà al lettore e non lo annoiano mai. Non è però l’eccessiva leggerezza il vero difetto di Faccetta nera. Piuttosto un tormentone che attraversa tutto il testo emergendo ciclicamente, una sorta di ansia che Petacco pare avere di puntualizzare due concetti: il primo – tutto sommato condivisibile – è che il colonialismo va contestualizzato storicamente, l’Italia non era diversa da altre nazioni europee che avevano colonie africane da decenni, la sua smania colonialista nasceva nel XIX secolo e quindi non aveva nulla di intrinsecamente fascista; il secondo – molto meno condivisibile – è che l’accusa all’esercito italiano di aver stravinto la guerra d’Etiopia facendo largo uso di gas velenosi vietati dalle convenzioni internazionali sarebbe esagerata. Alla quarta, quinta volta che l’autore “butta là” questa affermazione, tra una avvincente cronaca militare e un aneddoto pruriginoso, al piacere della lettura si sostituisce una sensazione fastidiosa che assomiglia molto alla vergogna.



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