Facciamo che ero morta

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Lowel, Massachusetts. Mona ha ventiquattro anni e si guadagna da vivere pulendo case altrui. Di persone ricche, soprattutto. Quando i datori di lavoro le domandano che progetti abbia per il futuro, lei inventa sogni e corsi di laurea inesistenti, perché ai loro occhi non esiste che una donna bianca, carina e mentalmente sana possa davvero amare il lavoro di domestica. Eppure per Mona è così. Glielo ha trasmesso Sheila, la cugina che l’ha cresciuta e poi assunta quando con i suoi genitori non è stato più possibile vivere, questo amore. Mona entra nelle case e riconosce il materiale con cui è fatto ogni singolo mobile e qual è il prodotto più efficace per pulirlo. Ci sono dei piccoli trucchi, appresi negli anni, che le permettono di fare sempre “quel qualcosa in più”, di pulire là dove i clienti nemmeno percepivano che ci fosse da pulire. Quel qualcosa in più per essere indispensabile ai loro occhi. Sentirsi utile la fa star bene più di ogni altra cosa. Per questo, dopo il lavoro, fa volontariato e distribuisce siringhe pulite a persone tossicodipendenti. Sa di avere molte cose in comune, con loro. Come lei, sono invisibili al resto della società, soli e incompresi. Una sera incontra Mister Laido, che a dispetto di una scarsissima igiene personale, parla forbito e si presenta ogni volta con dei libri sottobraccio. Mona rimane subito attratta da lui, e trova sorprendente e inspiegabile ‒ appena se ne rende conto ‒ il fatto di essere ricambiata…

L’impressione è quella di aver letto due romanzi. Nel primo romanzo, che corrisponde alla prima metà di Facciamo che ero morta, il personaggio di Mona è caratterizzato a meraviglia, e così l’evolversi del suo legame con Mister Laido. La scrittura è di quelle che catturano, sa strappare sorrisi e ci accompagna in un viaggio empatico dentro le case, che riusciamo a vedere con gli occhi di Mona, e ci verrebbe voglia di darle una mano a pulire tutto quello sporco, reale o emotivo che sia. Il titolo e la quarta di copertina lasciano intuire un qualche trauma dell’infanzia, dietro a quel “facciamo che ero morta”, e si attende pazienti che la trama ci porti fin lì, a quel climax. Solo che, a metà, la storia finisce e comincia un romanzo diverso. Mister Laido esce di scena, Mona si trasferisce nel New Mexico e con lei una sequela di personaggi del presente e del passato, totalmente sconnessi. Se la funzione narrativa di Mister Laido era chiara, i nuovi comprimari sembrano buttati lì alla rinfusa. Mona smette del tutto di evolvere. Così che il climax, quando arriva, ha il sapore di un cliché, sa di già sentito. Un vero peccato, perché Mona è realmente un bel personaggio e la sua storia avrebbe meritato una cura più devota e profonda.



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