Fahrenheit 451

Fahrenheit 451

Guy Montag è un milite del fuoco in un futuro alternativo in cui gli incendi non si spengono. Si creano, in una vera e propria “caccia alle streghe” in cui le streghe sono i lettori e i luoghi in cui essi conservano i propri libri, merce proibita. E tutto ciò non è il parto di una mente malata, bensì di una legge: si ritiene che i libri rendano le persone infelici, a totale vantaggio della televisione che con i suoi programmi ridicoli avrebbe lo scopo di creare una moltitudine spensierata e gioiosa che usa il potente schermo animato come unica via di conoscenza e apprendimento. Ben presto Montag si rende conto che qualcosa in questo modello culturale non va: sposato con Mildred, una donna ottusa e infelice (eppure non legge libri!) che tenta il suicidio inghiottendo pillole su pillole, Guy smuove il suo animo non appena conosce Clarisse, la figlia dei vicini. Clarisse vive in una famiglia che non sta alle regole, che legge libri e la sera tiene la televisione spenta per conversare e confrontarsi, tutti insieme. È lei, a soli 17 anni, che gli  suggerisce di provare a leggere qualche pagina. E Montag accetta la sfida: mentre si trova in una casa i cui dovrebbe compiere il suo dovere incendiario, anziché bruciare tutti i libri, decide di iniziare a leggere alcune pagine e addirittura portarsi qualche volume a casa. È l’inizio della fine per lui: viene allontanato dal lavoro, il suo matrimonio va a rotoli e diventa un reietto della società, costretto a fuggire. In clandestinità Guy però incontra altre persone che hanno fatto la sua stessa scelta radicale…

Considerato un capolavoro della Letteratura del ‘900, e uno dei primi romanzi di Fantascienza a raggiungere questo status, Fahrenheit 451 è sicuramente il più noto dei libri di Ray Bradbury. Nato come racconto breve (col titolo molto meno suggestivo di The Fireman uscì nel 1951 sulla rivista “Galaxy Science Fiction”, in Italia un paio d’anni dopo su Urania in due puntate con il titolo Gli anni del rogo) diventò il romanzo che conosciamo - con il geniale titolo che allude alla temperatura di combustione della carta secondo le unità di misura anglosassoni, corrispondente per noi a 232,78 °C, un numero che nel plot è espresso anche dalla cifra stampigliata sull’elmetto dell’uniforme del protagonista  - nel  1953, e fu pubblicato a puntate sulla neonata rivista “Playboy”. La terrificante distopia di Bradbury era attuale più di mezzo secolo fa (come critica al maccartismo e come denuncia degli orrori delle società autoritarie) come lo è oggi (con la società dell’informazione che ha raggiunto il suo culmine, con effetti paradossali e inquietanti). La speranza, sembra suggerire l’autore, è da riporsi nelle minoranze che non si adeguano alla cultura massificante, anche se a prima vista sembrano dei paria, degli sconfitti dalla Storia. Lungo tutto il romanzo ricorrono ossessivamente numerosi simboli, il più importante è il fuoco (“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse”), che probabilmente allude alle presunte virtù salvifiche e “disinfettanti” della guerra - ricordiamoci che all’epoca dell’ideazione della vicenda le macerie della Seconda Guerra mondiale coprivano ancora l’Europa e l’Asia - che la propaganda bellica e persino taluni scriteriati pensatori filosofici di XIX e XX secolo sfacciatamente sostenevano. Del resto, la natura simbolica e archetipica di questa favola tecnocratica fa sì che tanto, se non tutto, sia stato detto su Fahrenheit 451: la cosa migliore quindi è probabilmente invitare semplicemente tutti alla lettura del libro, anche i più ‘allergici’ al genere fantascientifico (come me, tra l’altro).



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