Falconer

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Il carcere di Falconer, costruito nel 1871, ospita circa duemila reclusi. Tra questi, un giorno di fine estate arriva anche Ezekiel Farragut, detenuto con numero di matricola 734-508-32, professore universitario eroinomane e accusato di fratricidio. Entrando a Falconer riflette oziosamente sul fatto che si tratta del luogo in cui probabilmente passerà il resto della sua vita. In cui diventerà vecchio, quasi certamente morirà, per usare espressioni meno eufemistiche. Lo hanno messo nel braccio F: F come fregnoni, fanatici, folli, figli di puttana, fessi, fantasmi, facce di merda, finocchi, fetenti. Farragut è in prigione, ma in un certo senso lo era già prima di arrivare a Falconer: prigioniero del matrimonio con una donna complicata da gestire, della dipendenza dalla droga, della tortuosità dei suoi legami familiari. Marcia è la prima persona che lo viene a trovare a Falconer: la moglie di Ezekiel è bella come un’attrice del cinema, una vera bomba. Diversi fotografi le hanno chiesto negli anni di posare per loro, “benché il suo seno, stupendo per l’allattamento e per l’amore”, sia un po’ troppo grosso per fare l’indossatrice. La donna prende subito il controllo della sala colloqui, si fa guardare e desiderare dalle guardie, protesta, fa rumore. Ferragut assiste in silenzio alla sua recita, gli vengono alla mente tanti episodi del passato, belli e brutti, ma tutti espressione della strategia di dominio basata sul sesso che Marcia ha sempre messo in atto. Poi la donna finalmente si concentra sul marito. Si informa sarcastica e preoccupata su eventuali sue derive omosessuali in carcere, sulla sua terapia con il metadone e infine battibecca con lui sull’omicidio del fratello. Ferragut sostiene che si è trattato di un incidente, che lo ha sì colpito con un attizzatoio, ma che lui è morto battendo la testa a terra. “Non voglio più sentire le tue stronzate”, sbotta ad un certo punto la donna. “Mi hai rovinato la vita, mi hai rovinato la vita”…

Nato durante il corso di scrittura che John Cheever tenne nel carcere di Sing Sing (il nome con cui è conosciuta in tutto il mondo la Ossining Correctional Facility) nei primi anni ’70, questo romanzo rappresenta un “unicum” stilistico e tematico nella sua opera, eppure – nella sua “uncheeveritude” – è considerato dai critici uno dei suoi capolavori. Lo scrisse intorno al 1974 con enorme difficoltà, mentre sprofondava in un alcolismo autodistruttivo, rinchiuso in un appartamentino spoglio in compagnia di una macchina da scrivere e di tante bottiglie – per finirlo ebbe bisogno di un mese di disintossicazione allo Smithers Treatment Center di New York. Celebrazione di tutto ciò che è umano, Falconer è una affascinante galleria di personaggi memorabili, che come in una pièce teatrale ruotano attorno all’ineffabile Ferragut con le loro storie. Malgrado una certa critica “psicanalitica” abbia voluto individuare nell’opera una metafora della omosessualità imprigionata dalle convenzioni borghesi dell’epoca (e dalla situazione familiare di Cheever, che solo in età tarda visse abbastanza serenamente la sua omosessualità), il romanzo non è il solito campionario di depravazioni, degrado e violenza in cui spesso si trasformano i prison novel. Sì, è celebre la scena di masturbazione collettiva nei bagni del carcere che creò molte polemiche negli Usa all’epoca della pubblicazione del libro e che in seguito Cheever “ritrattò” affermando che potendo tornare indietro non l’avrebbe più inserita nel romanzo, ma non è questo il centro della narrazione. Piuttosto la sublime e terribile incoerenza tra pubblico e privato, tappa ineludibile nei percorsi tortuosi della redenzione. Non a caso il protagonista di Falconer ha un nome biblico ed è un fratricida: non sono forse Caino e Abele i simboli incarnati dell’alternanza tra ombra e luce che attraversa l’anima di ogni uomo? Con la prosa raffinata che lo caratterizza sempre, Cheever non guarda al carcere come chi vuole fare un duro reportage o sfruttare un ambiente estremo per un esercizio di stile: Cheever scrive un romanzo che ha il cuore e il sound di uno spiritual.



 

 
 
 
 

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