Falsa calma

Falsa calma

Benché suo padre sia nato nel bel mezzo della Patagonia, tutti quanti intorno a lui parlano bulgaro: il nonno di María Sofia riesce a evitare di lavorare nell’industria petrolifera, come d’altro canto tocca invece alla maggior parte dei suoi compatrioti emigranti dalle lande più povere d’Europa, in cerca di un futuro, e si compra un rifugio vicino al fiume Chubut, dove risiede già da un certo tempo la colonia gallese. Lì, con la scusa di coltivare la terra, si dedica a rifondare una particolare versione, tutta sua, della natale Bulgaria. Nel tempo ricrea, come veri e propri perfetti cloni, gli animali, i ritmi del raccolto e delle piogge, persino lo yogurt che fa la nonna, le riviste in alfabeto cirillico e gli amici bulgari che ogni tanto vanno a trovarlo. Quando mio padre lascia il rifugio per giocare a pallone con i ragazzini delle fattorie vicine, sa che le regole sono tirare forte e parlare la lingua dei suoi amici biondi: sin da piccolo se la cava bene con il gergo calcistico gallese. Poi torna a casa dove, se si parla, si parla bulgaro. E basta. Un giorno, quando i nonni di María Sofia calcolano che abbia su per giù sei anni, lo portano in un paese vicino, Gaiman, e letteralmente lo depositano su un banco di scuola. Lì suo padre si rende conto, guardandosi attentamente attorno, che molti, per non dire tutti, parlano una terza lingua. Che non assomiglia per niente a quelle che già sa, e che si chiama spagnolo…

Divisa longitudinalmente dalla cordigliera delle Ande in una parte, quella maggioritaria, argentina e in una porzione, più piccola, cilena, la Patagonia, terra suggestiva per chi vi si approssima come turista o viaggiatore e che ha affascinato cineasti, scrittori e artisti in genere (il primo nome che sovviene alla mente è forse Sepúlveda, ma era un emblema di alterità, in tutti i sensi, anche per Chatwin, Melville o Coleridge), è la regione che occupa per oltre un milione di chilometri quadrati l’estremo sud dell’America latina, tra steppe aride, praterie, deserti, fiordi glaciali, foreste pluviali e una celebre autostrada. Ha una densità di due abitanti per chilometro quadrato: praticamente, il nulla. Non succede nulla, o al massimo qualcosa di brutto. Non ci sono rumori, se non i suoni della natura. I suicidi, soprattutto fra i giovani, impossibilitati ad andarsene, sono all’ordine del giorno. C’è un enorme silenzio, tutto appare immobile, ma è solo apparenza: sotto la superficie ribollono paure, ansie, inquietudini, tensioni. María Sonia Cristoff, di origini bulgare, narratrice e saggista che vive a Buenos Aires, insegna scrittura creativa e collabora regolarmente con molte testate internazionali, che in Patagonia, a Trelew, nemmeno centomila anime, è nata e ha vissuto, figlia e nipote d’immigrati, la sua infanzia, ci torna dopo molti anni e trova che a un primo sguardo niente sia migliorato o cambiato: compone dunque con stile ampio e altamente letterario, intenso ma precisissimo e puntuale, un reportage che è anche, a più livelli, e con molteplici sfaccettature, un romanzo di formazione, descrivendo come una pittrice dalla vasta tavolozza numerosissimi paesi fantasma, per certi versi simili in tutto e per tutto a quelli del selvaggio West dei film di John Ford, non a caso un’altra epopea della frontiera e della conquista.



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