Fame

Fame

"Obèso, dal latino “obesus”, aver mangiato fino a (diventare) grasso". Una definizione scarna, asettica; eppure quando la gente comune usa il termine obeso muove silenziosamente un’accusa, esprime fra le righe un giudizio perché in fondo è solo colpa tua se hai un corpo grasso e la cellulite ovunque. Non è facile la vita di un obeso, e non è una semplice questione di bellezza: qualunque atto fisico è difficile e rivela ognuno dei chili di troppo che il corpo sopporta. Non si hanno energie, se si cammina a lungo fanno male i piedi, le cosce e i polpacci, anzi fa sempre male qualcosa; se fuori è caldo si suda tantissimo, si inzuppano gli indumenti e la gente inizia a guardarti e a disprezzarti perché il tuo corpo osa rivelare il prezzo della sua fatica. Il corpo di un obeso è una gabbia, una gabbia che Roxane si è costruita attorno in quasi venti anni. Oggi è una donna grossa che non pensa di essere brutta e non si odia come la società vorrebbe che facesse, ma che vivendo in questo mondo si rende perfettamente conto che le persone sono riluttanti ad accettarla e ad accoglierla. Questo che racconta Roxane non è il raggiungimento di un trionfo, non è la storia di una miracolosa dieta dimagrante né tantomeno un percorso motivazionale; è la storia del suo corpo, della sua fame, di come si sta al mondo con tantissimi chili di troppo addosso, del suo desiderio di scomparire e perdersi...

“Scrivere questo libro”, confessa Roxane Gay, “è la cosa più difficile che io abbia mai fatto. Mostrarmi così vulnerabile non è stato facile”. Non lo è neanche per chi si addentra tra la pagine di questo memoriale, anzi la prima sensazione con la quale ci si scontra è quella di forte disagio per aver violato qualcosa di così personale, così intimo. A dodici anni Roxanne è stata violentata da un branco di compagni di scuola e da quel giorno la sua vita ha avuto come missione principale quella di fare del proprio corpo una fortezza, di mangiare e mangiare nella speranza che se fosse diventata più grossa il suo corpo sarebbe stato al sicuro, fino a perdere inevitabilmente il controllo della situazione. Lo stile scarno, i capitoli brevi e la schiettezza nella narrazione – anche nei passaggi più crudi ‒ lasciano senza fiato perché noi donne conosciamo perfettamente i meccanismi difensivi messi in atto da Roxane, sappiamo che il corpo obeso è visto come espressione di decadenza e debolezza e che il messaggio che passa a tutti i livelli è sempre lo stesso: l’autostima e la felicità sono indissolubilmente legati alla magrezza. Lo sappiamo perché sin da giovani ci instillano il dubbio che il nostro corpo così com’è non va bene, ci crescono a spot di donne che “vanno in brodo di giuggiole di fronte alla possibilità di saziare la fame con qualche schifezza più o meno commestibile, mantenendo al contempo una silhouette adeguatamente snella”; ci tormentano con i corpi delle donne famose, standard irraggiungibili ai quali comunque siamo tenute ad attenerci. Ed il fatto che questa attenzione sia rivolta esclusivamente alla condizione femminile ce la dice lunga sulla salute della nostra cultura. Non ha nulla di consolatorio questa storia: c’è solitudine, c’è il timore che anche le persone più gentili ad un certo punto possano porre il dimagrimento come conditio sine qua non per continuare a volerti bene, c’è l’ansia e la paura di non poter mai bastare cosi come si è. Ma ci sono anche coraggio e l'impegno “a sfidare le velenose norme culturali che hanno dominato anche troppo le donne, il loro modo di vivere e di trattare il proprio corpo”.



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