Farfariel – Il Libro di Micù

Canzano, aprile 1938. Micù è davanti a una buca dietro il muro del cimitero, in quel punto in cui i suoi compaesani sono soliti seppellire gli animali o gli aborti. Con la coda dell’occhio vede il gatto tigrato che conosce da sempre, ma ha un particolare strano, una M proprio al centro della fronte. Quella M è propria dei gatti che non solo uccidono e stritolano i topi, ma che sembra ci godano ad andarli a cercare e stritolarli proprio quando le persone li guardano. A Micù la sua comparsa non promette nulla di buono, come un oscuro presagio, ma si fa forza e comincia a rimuovere la terra dalla buca, gli sembra di intravedere qualcosa che brilla fra la polvere. Un simbolo in rilievo, due alberi d’oro intrecciati. Poi d’improvviso una voce: “Che cirche, Micù?”. Cosa cerchi, Micù?, gli chiede la vecchia strega che tutti in paese conoscono come La Spiritosa. Che sia tutto un sogno? In fondo il piccolo Micù sa bene che il gatto tigrato ha quella M non nella realtà, ma solo nei suoi sogni, anzi nei suoi incubi sempre più ricorrenti. Mincù capisce che deve immediatamente svegliarsi, e per farlo deve ripetere molte volte la parola magica: aprile 1938. Lo ripete come un rosario molteplici volte ma la strega è sempre davanti a lui. “Tatà! Tatà! Tatàaa!”, Micù non riesce a svegliarsi e chiama suo nonno, disperato, fino a quando finalmente riesce a svegliarsi…

Fin dalla copertina il lettore intuisce di trovarsi davanti a un libro curato e appena si apre il volume la sensazione è amplificata. Alla cover rigida e ben rilegata si aggiunge una stampa in due colori, e non due colori qualsiasi, ma il verde e il rosso, come nella prima indimenticabile edizione de La storia infinita pubblicata da Longanesi. Se poi il nome dell’editore “uovonero” sul frontespizio è cancellato da una grande croce alla cui destra sbuca la scritta “sono IO il vero editore!” allora la questione si fa ancora più interessante. Il lettore già prima di leggere il libro si chiede: Chi è io?. E chi sia lo scopre molto presto. Quell’Io che continuamente interviene fra le pagine, eliminando talvolta interi capitoli o suggerendo al lettore cosa leggere e cosa saltare è Farfariel: non è un semplice editor ingaggiato dalla casa editrice per migliorare la storia dell’autore, è un vero e proprio personaggio. La guida del piccolo Micù all’interno della sua storia. Un piccolo demone che interviene qua e là per punzecchiare lo scrittore e lo stesso Micù. Il protagonista del libro è un bambino di dieci anni, zoppo a causa della poliomielite. È insicuro, povero, ma studia con passione nonostante suo padre Pietro gli ripeta spesso che studiare non serve a nulla, perché si rischia di fare la fine di suo padre, il nonno di Micù. Bernardo “Tatà” è un uomo curioso, che ha vissuto molti anni in America e per questo non parla il dialetto di tutti ma “lamericano”. Un uomo che nessuno in Paese capisce pienamente, che ha avuto una grande fortuna fra le mani e l’ha perduta perché il popolo non era pronto alle idee progressiste che Tatà ha portato da quella terra lontana. Per certi aspetti Farfariel è un libro storico, ambientato in un piccolo borgo abruzzese ai tempi di maggior ascesa del fascismo, ma è anche una magica avventura surreale e commovente sul potere delle parole, sulla volontà di essere ciò che si desidera nel profondo del cuore. È un libro che si comincia ad apprezzare piano piano, vuoi perché inizialmente tutti i termini in dialetto abruzzese sono difficili da digerire per chi non li mastica nel quotidiano, vuoi perché si capisce il vero spirito del piccolo demone solo quando si è davvero immersi nella lettura. Ma una volta immersi, quel finale fra il tragico e il grottesco colpisce dritto e va a segno. Come se Lu diavule ci avesse messo lo zampino, o in questo caso il pennino rosso.



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