Farley

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Farley ha bisogno di un piano, di una strategia di sopravvivenza, proprio come quando è caduto nello Shannon ed è riuscito a sorprendere tutti tornando a galla sulle acque gelide. Steso sulle mattonelle, con il lato sinistro della faccia a pochi centimetri dalla porcellana del water che si erge bianco e massiccio come il collo di una matrona, il vecchio fa l’inventario del suo corpo, in una stanza buia, in attesa che la luce del giorno gli riveli l’immagine di sé accucciata su un fianco come un cucciolo troppo cresciuto per il proprio giaciglio. Non riesce a muoversi, solo un lato del suo corpo sembra avvertire il freddo, ogni osso sembra irrimediabilmente incollato al suolo, ma Farley decide di contare sulla propria voce; sa che la ragazza polacca bella e gentile che lui ha probabilmente offeso rifiutandole una copia della chiave di casa sua quando si è offerta di vegliare su di lui, esce alle sei tutti i giorni eccetto il sabato e la domenica. Non gli resta che sperare che non sia sabato o domenica. Ha una routine inossidabile Farley, a ciascun giorno della settimana le sue attività, ma il giorno prima deve essere successo qualcosa che l’ha interrotta. Ricorda di essere andato in tintoria a ritirare un completo, ha la sensazione che oggi dovrebbe fare qualcosa di importante, chissà se si tratta del completo nero, quello dei funerali. Mentre il giorno avanza e lo specchio rivela il suo viso contorto e la voce su cui aveva contato lo tradisce, ecco che nella sua mente sfilano altri giorni. A cominciare dal giorno prima quando per la prima volta era apparsa quella macchia ai margini del suo occhio sinistro e poi la vista gli si era appannata mentre vagava confuso per risuolare la scarpa con la suola bucata che avrebbe dovuto indossare al funerale di Slowey, suo capo e poi socio per quarant’anni, della cui morte nessuno si era degnato di informarlo, se non la vicina impicciona alla ricerca di Shifty, il gatto fuggito di casa durante la peggiore nevicata degli ultimi vent’anni. È stato mentre vagava su strade rese insicure dalla neve, con sotto il braccio la borsa di un negozio in cui non mette piede da vent’anni, alla ricerca di un calzolaio in un quartiere che non riconosce quasi più, che ha cominciato a “perdere dei momenti come se gli scivolassero inavvertitamente di tasca”. Non sa come sia arrivato nel centro commerciale a bere un tè, ma sa che stava cercando una cartolina per la messa di Slowey, a malapena ricorda di essersi ritrovato davanti a casa del suo amico, dove la salma riposa in attesa del funerale, una casa che conosce da sempre. E proprio mentre al limitare della notte scopre di non poter fare affidamento sulla voce, la sua mente che non potrà mai vedere un’altra nevicata lo porta indietro nel tempo, al giorno prima, poi al funerale di sua moglie, a quello di suo padre, all’incontro con Slowey, all’infanzia che è forse stato il periodo più crudele della sua vita…

La vita di Farley scorre a ritroso dal 15 gennaio 2010 al dicembre del 1940, anno in cui ha conosciuto il dolore della perdita e Christine Dwyer Hickey, da magistrale narratrice qual è, affida alle pagine gli episodi salienti di una biografia, catturandoli mentre volano via come fogli di calendario strappati dal vento e precipitano trascinando una vita di solitudine verso l’abisso dell’oblio. Nessuno si ricorderà veramente di Farley perché i pochi che lo conoscevano sono morti da tempo, ma lui stesso comincia a lasciar andare i propri ricordi come un serpente che si liberi lentamente delle proprie squame, che l’autrice raccoglie per ricostruire l’intrico di cicatrici e la mappa delle perdite che è la vita di ciascun essere umano. Significativo è il fatto che la vita di Farley venga raccontata a ritroso a partire dal rapporto con un padre freddo e assente, concentrato sulla pesca prima che su qualsiasi altra cosa e che il cerchio si chiuda con il dolore che il piccolo ha provato in ospedale, quando nessuno ha saputo spiegargli il senso della morte, né tanto meno l’abbandono. La Dwyer Hickey è una bravissima scrittrice irlandese dallo sconfinato talento che Paginauno ci aveva fatto conoscere con lo splendido Tatty e che si conferma oltre che dotata narratrice una perfetta figlia d’Irlanda. Cosa c’è, infatti, di più squisitamente irlandese della sua innata capacità di costruire un delicato, ironico, crudele e realistico diario intimo dei pensieri di un uomo che sta morendo con la faccia a pochi metri da un water? La vita di Farley si può riassumere in un coacervo di ironia pungente e delusioni, poesia e solitudine. In lui convivono il ricordo dell’amore per sua moglie e inspiegabili pulsioni erotiche verso una donna dall’aspetto vagamente suino. Il modo migliore per leggere Farley è di rileggerlo a ritroso una volta arrivati all’ultima pagina, come ho fatto io. La struttura cronologica che l’autrice ha scelto sembra invitare a fare proprio questo e nel farlo si scoprono sfumature interamente nuove, il mondo visto con l’unico occhio funzionante del vecchio Farley ruota sul proprio asse e la visione della vita che se ne ricava assume un carattere genuino, che ha il retrogusto amaro che solo l’ultimo respiro e il primo lancinante incontro con la totale assenza di senso della vita, possono avere in comune. Christine Dwyer Hickey sceglie in maniera molto significativa questi come i due momenti di apertura e chiusura del bilancio di una vita. La vera protagonista del libro è tuttavia, Dublino, sono le donne e gli uomini che con le loro fatiche, illusioni, successi e tradimenti costituiscono l’insostituibile mosaico del quale le vite di Farley, di suo fratello, sua madre, i suoi amici e compagni di lavoro, persino gli anziani vicini impegnati in una gara di sopravvivenza all’ultimo respiro, costituiscono piccolissime tessere per ciascuna delle quali l’autrice trova una perfetta collocazione e senza le quali Dublino non sarebbe che cieli grigi e anonime strade sdrucciolevoli. Non c’è un solo grande narratore irlandese che abbia avuto la sciocca pretesa di pensare che Dublino sia qualcosa di diverso dall’insieme di coloro che la abitano e Christine Dwyer Hickey si conferma una maestra assoluta nel riconoscerne le peculiarità, nell’affidare a ciascuno dei propri personaggi la responsabilità di contribuire col proprio pezzetto di fatica, sarcasmo, pinte di birra e blasfemia all’anima grande della città che abitano.

 


 

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