Fato e furia

Fato e furia
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Lotto e Matilde si sposano in gran segreto una mattina di maggio: hanno poco più di vent’anni, sono poveri in canna; si conoscono solo da due settimane, ma sentono di appartenersi anima e corpo. Sono in luna di miele nel Maine, Lotto ha praticamente rubato le chiavi della casa sulla spiaggia al suo amico Samuel, ma i due sposini non riescono ad arrivare dentro, in camera da letto. Fanno l’amore sulla spiaggia, riparati da una duna, mentre i gusci di conchiglia trafiggono loro la pelle. Sono belli, Lotto e Matilde: entrambi alti, biondi, atletici; lei è cupa, elegante, indossa un bikini verde, mentre lui è giocoso, solare e pare circondato da un’aura luminosa. Fin da piccolo è stato circondato da un amore senza pari e dalla convinzione di essere destinato a diventare un grande uomo. Lotto ama raccontare di essere nato nell’occhio calmo di un ciclone: il giorno che venne al mondo infatti, ad Hamlin in Florida, la piantagione dei suoi genitori fu investita da una tempesta. Antoinette, sua madre, le diede il nome Lancelot (del quale Lotto è il diminutivo) perché desiderava che i suoi figli avessero il nome di un cavaliere. Il bambino le somigliava molto: delicato, ossuto, niente a che vedere con la stazza del padre, Gawain, un uomo massiccio e così irsuto tanto da alimentare, in paese, la leggenda che sua madre fosse stata abbordata da un orso mentre andava al gabinetto esterno alla casa. Gawain non era un uomo affettuoso, ma Lotto era la luce dei suoi occhi: la sola esistenza del figlio bastava a commuoverlo. Antoinette leggeva al suo bambino tesine di linguistica e miti greci (che si era messa a studiare per corrispondenza), e metteva Beethoven a tutto volume sull’impianto hi-fi: chi poteva dire cosa potesse assimilare il cervello di un bambino così piccolo? Meglio mettere le mani avanti, e inculcare nella sua testolina più nozioni possibile. Gli sforzi di Antoinette diedero i suoi frutti quando Lotto aveva due anni, e riuscì a declamare senza esitazioni Se di Kipling davanti ad una tavolata di ospiti estasiati. Il bambino cresceva sano, forte, e intelligente; tenuto al riparo da qualunque preoccupazione, e assecondato in ogni suo capriccio. Ma l’ultimo giorno di seconda media, mentre già pregustava il divertimento estivo, fatto di sedute di pesca notturne e repliche di Hazzard ed Happy Days, Gawain morì. Lotto trovò suo padre sulla vecchia pompa, pareva sonnecchiare. All’improvviso, tutto mutò: le tenebre erano ovunque, e sembrava che ad ogni passo una voragine enorme e scura dovesse aprirsi di colpo per inghiottirlo. La sua felicità era offuscata per sempre, e ciò che prima gli pareva enorme - l’alligatore di cinque metri nella palude al quale dava sempre da mangiare, l’impianto di imbottigliamento dell’acqua alla fabbrica della sua famiglia - era di colpo rimpicciolito...

“L’ispirazione è nata da un’esperienza personale: una notte mi sono svegliata di soprassalto e trovando nel letto accanto a me mio marito ho avuto la sensazione di non sapere chi fosse, di non averlo mai conosciuto. Ciò ha rappresentato per me l’intuizione di voler esplorare come anche nei rapporti che durano tutta la vita siano presenti zone d’ombra, segreti inconfessabili. Ho voluto affrontare l’essenziale ambiguità che è sottesa a tutti i rapporti umani”. E fin qui, niente di nuovo: Lauren Groff, giovane e talentuosa scrittrice americana, non è certo la prima ad affrontare temi come il matrimonio o, in generale, l’impossibilità di conoscere fino in fondo le persone che ci stanno vicine ogni giorno. La bellezza e l’originalità del suo romanzo vanno ricercate piuttosto nel suo complesso, ma affascinante, impianto narrativo. Fato e furia è innanzitutto diviso in due parti, che potrebbero essere tranquillamente considerate come due romanzi a sé stanti (la stessa autrice inizialmente aveva pensato di pubblicarle separatamente), ma in sostanza è la stessa storia ad essere raccontata: prima dal punto di vista di Lotto e poi dal punto di vista di Mathilde. L’una è speculare all’altra: la prima parte scivola via in modo piacevole, lineare, senza grosse scosse, mentre la seconda è piena di tensione, e fornisce la quadratura dell’intera vicenda tra rivelazioni e colpi di scena che ribaltano la visione fornita inizialmente. Ventiquattro anni di amore, di desiderio, fedeltà; di normali litigi di coppia e di totale assenza di noia. E già questo potrebbe essere considerato un elemento originale, quando si parla di matrimonio. Lui un eterno bambino, abituato ad essere sempre al centro della scena; lei silenziosa, cupa, sempre nell’angolo, pare non avere altra ambizione nella vita che assecondare suo marito. Cosa ha contribuito in tutto questo tempo a tenere in equilibrio il rapporto? Il non detto, ovviamente, che accuratamente custodito, funge da collante agendo nell’ombra (almeno per gran parte della storia), ma del quale il lettore ha comunque sentore grazie all’intervento sibillino di un terzo narratore che, dentro a parentesi quadre, spiega, ma soprattutto ammonisce chi legge: le cose non sono così semplici. Qualcuno indossa una maschera. Questi interventi, brevi ma costanti lungo il corso della narrazione danno la sensazione di qualcosa di tragico che incombe: l’utilizzo delle parentesi sono tra l’altro un espediente utilizzato nel coro della tragedia greca, ma questo non è il solo richiamo alla mitologia classica presente nel romanzo. Tutto il libro ne è pervaso, a cominciare dal titolo, come ha spiegato in modo esauriente l’autrice: “Si, i due personaggi agiscono sotto l’influenza di due visioni filosofiche, opposte, appartengono potrei dire a due sfere d’influenza divina. Lotto è sotto la protezione delle Moire, personificazioni del Destino: Cloto che ne tesse il filo, Lachesi che lo avvolge stabilendone la durata e Atropo, che indifferente lo recide. Lotto è un personaggio “destinato”: appare fin dall’inizio destinato alla gloria, al successo, al compimento dei suoi talenti. Tutti gli ricordano che il suo destino è il successo, lui ci crede ciecamente e lo ripete a se stesso fino a farlo divenire realtà”. Possiamo identificare le Moire con le donne della vita di Lotto, le quali talvolta unite, talvolta in contrasto, se ne contendono l’affetto: “Mathilde, al contrario, è sotto l’influenza delle Erinni, ovvero le Furie del pantheon romano, personificazioni della Vendetta, le cui azioni sono ispirate e controllate da Nemesi. Per questo Mathilde, dietro il suo aspetto grazioso di moglie adorabile e protettiva, in realtà è gelida, feroce, implacabile”. Altro tratto piacevole e originale del romanzo della Groff è la sua componente metaletteraria: le pièce teatrali di Lotto - che dopo avere cercato invano fortuna come attore, si rivela invece essere un autore di successo - sono disseminate per tutto il testo; e anch’esse evocano la tragedia greca.



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