Favole del morire

Favole del morire
Nella stanza degli animali c’era una collezione di creature marine in formalina ormai sfatte dentro ai barattoli. In quella stanza suo padre ha strangolato sua madre con un cavo da freno di bicicletta... Parla un marito: ha appena ammazzato chi ha stuprato la sua donna. Parla la moglie: quell’uomo la prendeva con violenza, ma lei lo desiderava. Parla l’amante ucciso: avrebbe voluto un bacio, una carezza, ma otteneva solo sesso. Per questo la picchiava... Suonano alla porta del neovedovo Aurelio: è un ometto che dice di essere il fantasma della sua consorte, precipitata in un crepaccio e intrappolata sotto uno strato di ghiaccio. Il suo compito è di restare lì finché le spoglie non riceveranno degna sepoltura. Vuole Aurelio ospitarlo in casa sua? No? Dovrà comunque farsi carico del suo mantenimento. Dopo pochi giorni cominciano ad arrivare i conti: abiti, albergo, trattoria, bar, libri, giornali. Aurelio paga. Poi, a estremo male decide di rispondere con un altrettanto estremo rimedio...
La morte, presenza di vecchia data nelle opere di Giulio Mozzi, torna al centro di questa raccolta di prose, versi e teatro. Ma la dipartita, che nei libri precedenti era soprattutto un evento dolorosamente interiorizzato in lutto e assenza, qui diviene fatto oggettivo e collettivo di cui dobbiamo prendere atto. Perché gli altri muoiono e anche noi lo faremo. Il camminare verso una fine certa e nello stesso tempo ignota nel suo “come e quando” non contamina però il libro di tetraggine. È la stessa successione degli scritti ad alleggerire il tema plumbeo, guidandoci dai ricordi ossessivi di un omicidio alla beffarda rappresentazione del suicidio di Salgari (che esce di scena con un colpo di rivoltella e non con l’eroico harakiri), alla surreale apparizione dello spettro bon vivant dei trapassati insepolti. Mozzi lima i periodi sfrondandoli dell’inessenziale, privandoli dell’immediatezza, e ci obbliga a fermarci e a riflettere. Facendoci partecipare a una danza macabra che stempera il memento mori delle raffigurazioni medievali nell’accettazione (un po’ sofferta e un po’ ironica) di una sorte che, se non altro, non fa sconti a nessuno.

 

 

 

 
 
 
 
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