Febbre

37. È il confine, la barriera, il punto di non ritorno. È la linea oltre la quale sale la febbre, per Jonathan. E dall’11 gennaio 2016 non scenderà più. Una febbricola, pensa lui; una febbre che non scende e di cui deve capire le cause, pensa la madre che lo chiama ogni tre ore, preoccupata; una febbricola sicuramente dovuta alla mononucleosi, dice il medico online che lo visita, perché è un fuori sede e non ha rinnovato il medico personale. Jonathan vive a Milano con il suo compagno, Marius, studia e per sostenersi insegna yoga in diversi posti ma è un freelance, non ha contratto e se sgarra anche solo un po’ lo sbattono fuori, e lui non se lo può permettere. Allora nonostante questa “febbricola” continui a non scendere da una, due, tre settimane, Jonathan esce e continua a trascinarsi all’interno della sua vita come se nulla fosse: o almeno così vorrebbe. Perché il suo corpo non risponde più, perché è sempre stanco e spossato, perché la notte si addormenta e si sveglia, sempre in un vero e proprio bagno di sudore, sulle lenzuola azzurre la sagoma scura del suo sudore, del suo corpo, del suo malessere. Ma deve andare a fondo, deve capire cos’ha, dopo un mese inizia a preoccuparsi sul serio: e allora si prepara al peggio, e già è convinto di avere un tumore. Nonostante le parole dei suoi amici sulle chat, Jonathan è ormai convinto e si prepara ad una lunga agonia. E inizia ad entrare in quella particolare dimensione nella quale la malattia ti isola come in una bolla, tu sei malato e gli altri no, tu vivi la malattia e gli altri no, irrimediabilmente tu sei diverso, tu vivi in modo differente. Fino a che non fa altri esami: e finalmente capisce. Jonathan è sieropositivo. Saperlo quasi lo rincuora. Ora lo sa. Ora può iniziare a combattere…

Potentissimo esordio di Jonathan Bazzi, Febbre è uno di quei romanzi che sanno adagiarsi pian piano sul fondo, si sedimentano lentamente e lentamente prendono forma dentro il lettore. Perché Bazzi ha un piccolo, grande pregio, una caratteristica che lo rende subito Autore: le sue parole, le parole che utilizza per le sue storie, quelle cui racconta in prima persona, hanno la straordinaria capacità di prendere la forma della materia. Come un guanto, tutto Febbre riesce ad essere contemporaneamente duttile e ferrigno: non accarezza (alcuni passaggi sono di una durezza a volte lacerante) ma, come un telo che cade lentamente, si adagia sulla materia del racconto e ne prende la forma. Fino a calzare come un guanto, e poi come un sudario: perché lentamente, ma inesorabilmente, Febbre diventa angosciante, claustrofobico, la dolce levità che usa all’inizio diventa un sudario, appunto, che stringe e costringe a non respirare. La struttura narrativa è classica e strumentale: si alternano infatti capitoli ambientati nel presente con cui l’io narrante fa un resoconto della malattia -dalla febbre alla sua scoperta della malattia fino alla conclusione- ad altri che raccontano il passato. La famiglia, madre e padre, e la sua nascita “per sbaglio”, i nonni, la scoperta e poi l’accettazione dell’omosessualità, tutto si mescola scombinando la normale progressione cronologica ma seguendone solo una emotiva. Ed entrambe le parti scorrono via fluide, con un sapiente utilizzo dei verbi per fornire un quadro cronologico ma facendo sì che tutto sia perfettamente coeso, amalgamato, un unicum emozionante. Inoltre, Bazzi sa come agganciare il lettore con i capitoli sul presente: che sono scarni, veloci, e lasciano di volta in volta con la curiosità di sapere come andrà a finire. Diversamente da quelli che raccontano la sua vera storia, lenti e vischiosi: che niente aggiungono né levano alla narrazione principale, ma costituiscono il cuore del libro bilanciandone l’emotività e il significato. Un autobiografismo disperato e bellissimo.

 


 

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