Femminile plurale

Femminile plurale

Due valori percentuale: 49,6% le donne lavoratrici, nel mondo; 23% ciò che le donne, nel mondo, guadagnano meno degli uomini. Le interviste ad alcune donne lavoratrici italiane evidenziano soprattutto due elementi fondamentali, che sono la rinuncia e il gap salariale. Pamela, un’operatrice di call-center con un marito disoccupato e tre figli racconta: “Ceniamo fuori al massimo una volta al mese e non si va più al cinema…Ovviamente compro molto meno carne e abbondo con i legumi che la sostituiscono perfettamente”. Quando il marito ancora lavorava, si sono trasferiti nel comune dove il primo figlio frequentava la scuola per poter usufruire del nido pubblico. Se fosse possibile variare durante l’anno la posizione ISEE, sarebbe molto utile per tutti, aggiunge… Patty fa la tassista e ha dovuto subire i commenti “non proprio eleganti” dei colleghi maschi, ma ama il suo lavoro che le permette di stare a contatto con le persone e ha superato l’ignoranza delle battute. Chi non ha subito “attacchi” maschilisti nella sua carriera (almeno fino ai mondiali) è Sara Gama, capitano della nazionale di calcio femminile che ha così ben figurato ai recentissimi mondiali. Era così dotata sin dall’infanzia che i maschietti con cui giocava la rispettavano e non la canzonavano. C’è ancora molto da fare, riferisce, per il calcio femminile, ma adesso molte grandi squadre di serie A hanno anche una squadra femminile; in particolare la Juventus, il club in cui gioca “è anni luce avanti da un punto di vista tecnico, educativo e sportivo…ha una visione internazionale, cosa che non avviene sempre”. Alla saggezza e all’oculatezza di Pamela si aggiunge la forza di volontà e la creatività di Katia che, perso il lavoro, si è data da fare e ha iniziato un’attività artigianale che le sta dando molte gratificazioni ed anche una buona entrata: cucito e libri tattili per bambini anche ipovedenti sono gli articoli del suo e-commerce…

La torinese Giorgia D’Errico si occupa da anni di politica del lavoro, di quello femminile in particolare. In questa sua raccolta di interviste ci offre uno sguardo a spot sulle esperienze delle donne lavoratrici. Come già affermato sopra, due sono gli elementi che se ne possono estrarre: rinuncia e disparità salariale. Per una volta, non è solo l’Italia a manifestare questa pecca ma, in generale, tocca tutti i Paesi del mondo. Anche gli Stati Uniti dove, nonostante sia molto più facile trovare donne CEO o comunque alti dirigenti, a 1 dollaro pagato ad un uomo in pari posizione corrispondono 80 cent se si tratta di una donna. Diva, italiana amministratrice delegata di una start-up americana, intervistata da D’Errico, spiega che a differenza degli Stati Uniti in Italia non c’è la mentalità del rischio, da noi si investe solo se c’è un margine di guadagno sicuro, e questo blocca gli investimenti, l’economia a svantaggio ovviamente non solo delle donne ma anche degli uomini. Questo però significa che per una donna è ancora più difficile che per un uomo accedere ai finanziamenti anche se l’idea/progetto è valido, vista la discriminazione sessista di base. Questa arretratezza culturale che odora ancora forte di patriarcato, smorza le eventuali spinte verso un possibile miglioramento della propria posizione. Katia, per esempio avrebbe voluto aprire la partita Iva per allargare il proprio bacino di clientela, ma ha rinunciato perché questo avrebbe comportato l’aumento delle spese, per il nido e la mensa scolastica, senza contare la pressione fiscale. Tutto già detto tutto già sentito ( in questo caso detto in modo pacato ma fermo), anche se è necessario ribadirlo allo sfinimento. Alla fine il gusto che lasciano le parole delle intervistate è sempre il solito, amaro. E l’aria che si respira, qui e nel mondo, non suggerisce nulla di buono.



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