Feriti vaganti

Feriti vaganti
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Un giovane ingenuo lascia il lavoro per seguire i Mondiali di calcio in Argentina; un tipo pittoresco gira per i bar fingendo di passarsela bene anche se è poverissimo; un uomo separato vede naufragare anche una nuova storia d'amore; una zitella solitaria ha un incidente mortale; un detenuto porta avanti la sua personalissima ribellione al sistema; una moglie tradita si vendica per tutta una vita; un giovane vedovo decide di ricominciare a vivere...

L’opera di William Angus McIlvanney meriterebbe miglior fortuna, su questo non ci piove. Non ha aiutato la carriera dell’anziano scrittore la sua proverbiale scarsa prolificità, che gli ha forse impedito di ‘far girare’ il suo nome in ambiti più vasti di un appassionato zoccolo duro di lettori: in fondo sette romanzi, un’antologia di racconti (Feriti vaganti, per l’appunto), un saggio e qualche poesia in 25 anni non sono i numeri di uno stakanovista della scrittura. Oltretutto le opere non sono distribuite in modo costante, ma concentrate in periodi di tempo evidentemente benedetti da una fecondità più viva, alternati a parentesi (dal 1968 al 1983 solo due opere, ad esempio) di inattività letteraria apparente (le vicende della carriera accademica di McIlvanney hanno senz’altro influito non poco in questa incostanza). Detto questo, la cura profonda che dedica da qualche anno l’editore Tranchida al recupero e alla valorizzazione del misconosciuto scrittore scozzese è davvero una chance preziosa per i distratti lettori di casa nostra: setacciate le librerie quindi, stressatene i languidi commessi con richieste precise, depauperate i vostri averi di qualche euro e mettete almeno le mani sulle pagine ruvide ed odorose di questa antologia di racconti. Ambientati nella cittadina immaginaria di Graithnock, versione immaginaria e malinconica della città natia dell’autore, Kilmarnock, i venti racconti della raccolta sono un unico ininterrotto omaggio a un’umanità dolente di operai, casalinghe, sbandati: calli alle mani, poche parole, sentimenti nascosti con pudore, povertà, dignità, infelicità, solitudine. La donna sola di Morte di una zitella (semplicemente uno dei più bei racconti che abbia mai letto), l’adolescente timido e ingenuo di Un saluto con la mano, l’operaio Benny Mullen che prende decisioni sulla sua vita ‘consultandosi’ idealmente con la moglie morta giovane in Quante miglia per Babilonia?: ritratti struggenti, veri, dolorosi. I personaggi di McIlvanney ‘guardano in macchina’ mentre l’autore li fotografa, e un breve, fuggevolissimo sorriso da persone che sanno cos’è la fatica di tirare avanti nonostante tutto gli illumina lo sguardo malinconico come uno squarcio di sole nel cielo sempre nuvoloso della loro Scozia. Nella dotta postfazione al libro, il curatore Carmine Mezzacapa definisce i protagonisti dei racconti “vittime in tempo di pace”, e mai definizione mi è parsa più calzante. Del resto è McIlvanney stesso a scrivere: “Una tragedia può essere così sommessa e casuale e normale che a volte è passata prima che noi siamo pienamente consapevoli che è accaduta”, una riflessione che lui stesso racconta di aver fatto dopo aver visitato un suo giovane zio moribondo ed esser stato colpito profondamente dalla sua dolce sobrietà. Il libro si è aggiudicato il Glasgow Herald People’s Prize. E, più modestamente, il nostro cuore.



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