Ferito a morte

Una spigola bella grossa, sarà di dieci chili. Un’ombra grigia profilata nell’azzurro del mare, vicinissima, a tiro del fucile subacqueo. Massimo preme il grilletto ma manca il bersaglio e il grosso pesce si rifugia nel buio degli scogli. È anche il buio della stanza di Massimo a Napoli. Lui sta dormendo e sogna lo sguardo di Carla “che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare”, poi la ragazza seduta sul letto che si pettina e si raccoglie i capelli in una coda di cavallo color dell’oro. Il gatto Mississippì gratta la porta della cucina, Massimo gli apre e la bestiola si precipita tra le gambe, facendo le fusa. L’uomo versa del latte in un piattino e mentre il gatto ingurgita rumoroso si china a carezzarlo. Si prepara un caffè e va a berselo su una terrazza del suo Palazzo Medina, a picco sul mare, e scambia qualche parola con un pescatore che torna a riva. Poi la notte di Capodanno del 1949, a Positano, solo sulla spiaggia con lei (Si sta troppo bene così. Dio, che meraviglia, Massimo come sono felice! Adesso facciamo l’amore. Sei Impazzito? Sì), le risate lontane e i ciottoli freddi. Massimo che pensa ai suoi passi “domani nel rispettabile squallore di strade sconosciute, in una città senza Vesuvio e senza estati, dove i palazzi non finiscono sotto il mare (…) e una bella giornata non vince la Storia – col tempo regolato dall’orologio e dalla busta paga”. Massimo che si prepara a partire per Roma, Massimo l’inquieto, Massimo l’esasperato che dice sempre che “le cose in Italia non vanno bene, che non è cambiato niente con la Resistenza, e pare come se l’avesse fatta pure lui la Resistenza, perché quando ne parla dice sempre: noi”. Ma noi chi, se è sempre stato con mamma e papà a Palazzo Medina, in riva al mare?

Premio Strega nel 1961, Ferito a morte (dapprima Leoni di giugno e poi Lo spazio di un mattino prima di arrivare al titolo definitivo, suggerito all’autore da Giuseppe Patroni Griffi) è il secondo romanzo del napoletano Raffaele La Capria, alter ego del giovane protagonista Massimo De Luca. Un libro complesso ed elegante sia strutturalmente che stilisticamente: tre quarti del romanzo sono raccontati – in un momento sospeso tra flusso di coscienza, sogno, ricordo, flashback senza linearità temporale – nel breve arco di una mattina, nonostante coprano circa undici anni di vicende, dal 1943 al 1954. Una polifonia di punti di vista, personaggi, dialoghi, descrizioni e storie (spesso ripetute più volte) alla quale è più facile arrendersi che tentare invano di governarla e razionalizzarla. L’ultimo quarto del romanzo è invece meno sperimentale, inserito perfettamente nell’estetica letteraria e cinematografica del suo tempo: il protagonista torna a Napoli da Roma e descrive con amarezza e disincanto la sua città, l’ambiente, la società che non hanno saputo cogliere l’occasione del dopoguerra per riscattarsi dal provincialismo e dalla cialtroneria e vivono una decadenza sonnacchiosa e invincibile. È proprio La Capria a fornire la chiave di lettura del suo capolavoro, “il senso di una Grande Occasione Mancata (la giovinezza? la felicità? la vita?), di un profonda disillusione” che non riguarda solo Massimo De Luca “ma tutta la città e tutti i suoi miti”, quella sensazione che nel libro è simboleggiata dalla famosa spigola inseguita sott’acqua dal protagonista nei capitoli iniziali e che Geno Pampaloni ha mirabilmente definito come “l’alternarsi della precisa, quasi mostruosa tanto è violenta, evidenza delle cose attorno a noi, e la vaga sentimentale nebulosa in cui quelle stesse cose cadono allorché si cerchi di coglierne il senso segreto”.



 

 

 
 
 
 

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