Festa d’amore

Festa d’amore
Michigan, estate. Una strana forma di insonnia fa svegliare Charles Baxter (l’autore, sì) nel mezzo della notte senza che riesca a ricordarsi chi sia. A questo aggiungiamo il tipico “blocco dello scrittore”: combinazione devastante contro la quale non resta che uscire e passeggiare, anche se è notte fonda. Seduto su una panchina, vicino alle giostre, c’è Bradley, il suo vicino di casa, evidentemente insonne anche lui, e l’inseparabile cane. “Ehi”, dice, “Charlie. Che diavolo ci fai qui? Che succede?”. Comincia più o meno qui la storia di Bradley, gestore di un caffè in franchising in un centro commerciale, pittore nel tempo libero e per l’occasione cantastorie: “Capitolo uno. In ogni relazione esiste almeno un giorno davvero felice…”. E per ogni giorno davvero felice ci sono almeno due versioni: quella di Bradley, appunto, e poi quella di Kathryn, Chloè, Diana, Harry, in un carosello di voci che si alternano…
Nella postfazione di Nicola Manuppelli c’è tutto quello che può essere scritto in una recensione di Baxter. C’è l’effetto Rashomon (se non sapete cos’è, leggete il libro, oppure vedete il film di Kurosawa, oppure andate su Google. Nei primi due casi non ve lo dimenticherete, nel terzo forse sì), c’è la teoria dell’unico “romanzo felice”, c’è Sogno di una notte di mezza estate. Ma l’atmosfera del libro, quella che vi rimarrà attaccata alle dita una volta chiuso, la descrizione più bella del romanzo, è contenuta nel romanzo stesso, ed è affidata alla voce di Harry, il vicino “filosofo” di Bradley, quando scopre appoggiato a una parete l’unico quadro davvero meritevole di Bradley, il suo masterpiece, si intitola Festa d’amore e rappresenta una tavola “illuminata dal sole (…) La tavola imbandita era in primo piano, e su entrambi i lati lo sfondo si perdeva in una sorta di oscurità invisibile. Nei bicchieri non c’era vino, ma luce. (...) Il cibo non aveva forma. Aveva solo colori, pastello acceso, di una tonalità pallida eppure intensa. (…) Poi notai che la parte frontale della tavola sembrava puntare verso lo spettatore, come se tutta quella luce e quel cibo, tutto quell’amore, fossero sul punto di scivolarci in grembo. La festa d’amore era la festa della luce, e sembrava essere lì per diventare nostra”.

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