Figli dell’estate

Figli dell’estate
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La piccola Malu giace inerme nel letto della clinica, nel reparto 7B; i suoi lunghi capelli biondi sono disposti a raggiera sul cuscino, e fanno da cornice al suo visino pacifico e assente. Vicino al letto c’è suo fratello Kolja, quindicenne, in evidente imbarazzo di fronte al “coma vigile” della sorella. È sua madre che lo costringe ad andare in clinica almeno due volte in settimana, affinché si renda conto del disastro che ha combinato: è colpa sua se Malu è in quelle condizioni. Quel fatidico pomeriggio avrebbe dovuto impedire alla cocciuta sorellina di scavalcare la recinzione e di buttarsi dal trampolino di quella piscina deserta, mentre lui, seduto sulla panchina a custodire il mucchietto dei vestiti di Malu, si deliziava alla vista del mare. E non solo. C'era anche Rania con lui, quella compagna di scuola così bella e così innamorata. Era stata lei a salvare la vita a Malu. Non si sa cosa sia successo in quella vasca. Forse per un attimo l’ossigeno non è arrivato al cervello. Fatto sta che la bambina è riemersa dall’acqua dentro a un mondo tutto suo; è lontana, e non si sa se tornerà mai da loro. Da lui, da sua madre, da suo padre. Prima erano una famiglia, ma ora Kolja si sente sperduto: sua madre lo punisce col silenzio. Non lo tocca più, non gli fa più delle carezze. Gli rimprovera di non avere mai pianto per sua sorella; aveva pianto persino quando era morto il cane, e per Malu neanche una lacrima! Suo padre cerca di conversare debolmente con lui, ma la sua attenzione è tutta focalizzata sulla moglie che non smette mai di piangere. Così per il ragazzo la clinica diventa quasi una casa: con la dottoressa Linn che gli spiega le cose, l’amicizia instaurata con Max, che ogni giorno viene a trovare il cuginetto Klaus, compagno di stanza di Malu; l’enorme aquario, i pazienti con i quali Kolja riesce ad entrare in empatia, e a instaurare un rapporto di affetto, seppur silenzioso. Quello che non riesce ad instaurare con Malu a causa dei sensi di colpa...

Il “piccolo dottore” - così Kolja viene chiamato dal personale della clinica - vaga per i corridoi in cerca di calore e affetto, cose che a casa sua ormai non trova più, da quando la principessa Malu si è addormentata. Le tragedie possono unire le persone, ma in alcuni casi possono anche dividerle in modo irreparabile: ed è quello che succede alla famiglia di Kolja, che non regge al peso del dolore. La madre si allontana da se stessa e dal figlio, il padre abbandona entrambi per rifarsi una vita con una giovane logopedista, conosciuta nella clinica dove quotidianamente va a fare visita a Malu. Kolja che convive con i suoi rimorsi, che fa il gioco “io sono tu” per capire meglio come ci si sente ad essere impotenti. Che cerca di abbandonare se stesso per trasferirsi in un esistenza priva di colpe. Passato e presente che si mescolano, e dai quali spunta un volto chiave, quello di Rania, diventata ormai donna e psicologa. È la sua voce in prima persona a condurci da Kolja - a distanza di anni dalla tragedia che lo ha visto protagonista - attraverso uno studio sulla topografia dell’infanzia, su come la nostalgia ci riconduca da adulti ai paesaggi a noi più cari, anche se sono stati teatro di momenti difficili. Lei stessa chiave della sua indagine professionale, anche Rania dovrà fare i conti con l’episodio più traumatico della sua vita, condiviso a suo tempo con quel ragazzino che amava. Rania la salvatrice, colei che aveva praticato a Malu la respirazione bocca a bocca, ma che non era arrivata in tempo per impedire alla bambina di entrare in quel limbo senza via d’uscita. Delicato e commovente, ambientato in Germania, patria dell’autrice, il libro di Monika Held indaga sulla fragilità dei rapporti umani, sulla difficile gestione del dolore, sull’impatto che le tragedie possono avere sulla nostra esistenza. L’elemento acqua è ricorrente: fonte di vita, ammaliatrice, ma anche traditrice. Il mare, una piscina, un acquario, un’isola alluvionale: sembra che i protagonisti non riescano davvero a farne a meno. Nonostante tutto.



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