Figli di un Bronx minore

Figli di un Bronx minore
Bambini che giocano con un pallone di gomma tra palazzoni di cemento mai terminati, scansando siringhe e preservativi usati, esausti ricordi di notti selvagge. Il sole scotta e riflette la sua luce sul cemento cattivo di un quartiere feroce. Estrema periferia di Napoli, dove i pusher vendono hashisc e cocaina agli angoli della strada, le prostitute lavorano dal tramonto all’alba come vampiri di un film di Tarantino. Intorno desolazione, sporcizia, olezzo di vite consumate, esistenze mai realizzate. La polizia non interviene, i boss della camorra regnano incontrastati  come antichi principi medievali, bambini impauriti si riuniscono in bande e diventano uomini feroci e aggressivi. Storie malinconiche, gigolò albanesi che uccidono per centomila lire, quando le lire contavano ancora qualcosa. Vecchi laidi che rincorrono bambinetti vergini. Malattie distruttive, rabbia nascosta, assenza di pietà.  Cantanti falliti che abusano di cocaina e si esibiscono in squallidi locali di città dimenticate, oasi infelici in un deserto inesistente...
Piccoli morsi di vita napoletana, vite estreme, quotidianità malsana di uno dei quartieri più difficili di Napoli: Secondigliano. Lo stesso quartiere dove è cresciuto aspramente Peppe Lanzetta. Lui in qualche modo è riuscito ad emergere da queste sabbie mobili che ingoiano anche l’anima, e ci spiega con una scrittura tagliente e rarefatta cosa accade in quei palazzi, in appartamenti di appena 50 mq condivisi da famiglie allargate, da cugini e nipoti lontani. Materassi sporchi usati come tappeti persiani di antichi salotti arabi. Inventa una scrittura corrosiva, parole legate tra loro tirate d’un fiato, senza poter interrompere la lettura, l’autore non lo permette. La prefazione scritta da Renzo Arbore è un monito, un’ anteprima di quello che troveremo nelle pagine successive: “Il fascino della terribile Napoli di Lanzetta è probabilmente proprio in quel suo essere così vera, drammatica e triste”. Queste pagine lasciano una patina viscosa sulla pelle, angoscia e ansia. Cantore di un’esistenza lontana,  Lanzetta vuole farci capire cosa possiamo scorgere oltre la Napoli aristocratica e finta intellettuale, quella Napoli del Gambrinus, di Posillipo, quella città così assurdamente elogiata. L’autore molto spesso non è compreso, considerato un reietto, un uomo di “poco conto”. Ma le sue parole sono forti  non possiamo fingere di non averle assimilate, ingoiate e digerite, con tutto ciò che questo comporta. Quindi amici se avete stomaci deboli, se siete  facilmente impressionabili non accostatevi minimamente a queste righe pregne di cruda realtà.

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