Figli di un Io minore

Figli di un Io minore

Una volta c’era il pensiero, quando la filosofia e gli studi umanistici erano considerati “attrezzi” indispensabili per affrontare la vita. Oggi per il pensiero non c’è spazio, la capacità critica è atrofizzata, siamo nell’epoca della società ottusa “regolata dalla teologia dogmatica del mercato e dalla così detta (e sedicente) intelligenza collettiva generata dalla Rete”. Grazie alle nuove potentissime tecnologie digitali la divinità tecno-finanziaria impone il proprio incontrastato dominio: subordinati alla teologia finanziaria, gli esseri umani sono trattati alla stregua di strumenti da utilizzare per il progresso che ha al suo centro il profitto monetario, non più l’uomo. Le istituzioni che potrebbero opporre resistenza a questo sistema perverso, la scuola e la politica, che potrebbero farci uscire dalla società ottusa, sono nel pieno di una gravissima crisi, incapaci di assolvere al compito di formare, educare, di elaborare e proporre modelli sociali alternativi. La dissoluzione del legame sociale, iniziata negli anni Settanta, ha trasformato la comunità in una massa di “atomi individuali”, persone isolate che hanno pochissimi contatti personali, che comunicano prevalentemente tramite social network, chat, e-mail: viviamo “solitudini comunicanti”, sempre più incapaci di allacciare relazioni sane e equilibrate con gli altri, ma anche con se stessi. Si assiste, passivamente, alla rinascita di patologiche fughe dalla realtà, all’aumento dell’uso di sostanze chimiche e tossiche, alla diffusione di quel triste e pericoloso fenomeno nato in Giappone di ritiro estremo dal vivere sociale, è arrivata anche nel nostro paese l’esclusiva chat “Hikikomori Italia”. La società ottusa sostiene il culto dell’ignoranza, illude che l’accessibilità a quantità enormi di dati renda obsoleto lo studio e la fatica di ragionare, se poi i dati siano verità scientifiche o false credenze poco conta, basta aderire a una tesi con un mi piace/non mi piace per sentirsi liberi, quando invece in qualsiasi ambito, politico, culturale, educativo, relazionale, ecologico c’è omologazione di pensiero. Possiamo provare a recuperare l’essenza stessa dell’uomo attraverso misure concrete, come…

In Figli di un Io minore, ultimo lavoro di Paolo Ercolani, il professore (insegna filosofia all’Università di Urbino Carlo Bo) racconta il delirio dell’uomo che è diventato Dio di se stesso, creatore di una identità fasulla senza le imperfezioni regalate dalla Natura, in un mondo virtuale in cui il successo è definito dal numero di like. Il passaggio dalla società aperta alla società ottusa ha prodotto una popolazione regredita nel pensiero, incapace di critica costruttiva, narcisista, illusa che esista sempre una app per risolvere ogni problema. Un’analisi spietata su come siamo arrivati a questa pericolosa situazione e alla fine, quando lo sconforto ha preso campo, le proposte di Ercolani, altrettanto drastiche, per creare le condizioni necessarie per uscire da questa crisi mondiale, per rimettere al centro l’uomo e restituirgli dignità. Il primo risultato di Ercolani è quello di tenere il lettore incollato a tutte le trecento e passa pagine con riflessioni, citazioni e note scritte in maniera comprensibile anche per chi non è uno specialista del settore, inoltre il testo è corredato da un’aggiornata e internazionale bibliografia a cui poter attingere per approfondimenti. La prefazione di Luciano Canfora, che si focalizza sulla teoria di Ercolani del suffragio universale, fin dalle prime righe spinge il lettore dentro la visione chirurgicamente impietosa dell’autore, perché non c’è più tempo per “la gaia incoscienza”, siamo nella “notte della democrazia” ma qualcosa è ancora possibile fare per creare un nuovo umanesimo, una società a misura d’uomo. Una lunga e interessante provocazione che stimola la capacità critica, che offre tanti strumenti fondamentali perché ci sia di nuovo spazio per il pensiero autonomo.



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